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Hey Dude, catch you on the flip side...Isola con palma
  • August 05 2:56 PM
    sei sempre la benvenuta dalle mie parti..ti lascio il mio contatto msn cosi ti passo un paio di sfondi per il tuo blogguccio..elfa123@hotmail.it
  • August 03 10:31 AM
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    __________۝۝ felice settimana
    baciiiiii anto
     
     
    ti lascio il banner del mio blog di grafica mi farebbe piacere se tu lo visitassi----->>> ciaooooooooooo
  • July 22 8:01 PM

    Image and video hosting by TinyPic

  • July 21 9:45 PM
    Lucido e freddo è il marmo,
    riflette tutto come uno specchio.
    C'è disordine, oggetti dimenticati
    ed un velo di polvere copre tutto.
    Regna il silenzio.
    Le torri sfidano il cielo,
    le bandiere seguono indolenti la brezza del giorno

    La bella addormentata non è mai stata qui,
    non vi è mai stato un sonno incantato.

    Lucido e freddo è il marmo,
    candide come la neve le statue.
    La piccola bambola fissa con i verdi occhi di smalto,
    abbandonata nel buio.
    Regna la quiete.
    I bastioni proteggono il castello,
    i passaggi merlati paiono ponti sulla fantasia.

    La bella addormentata non è mai stata qui,
    non vi è mai stato un sonno incantato.
    se riesci ad essere cisi sei a meta strada kiaa kain
  • July 17 11:52 PM
    grazie mille per il commento bello il tuo blog sai il mio colore preferito è il viola non può mai mancare nulla nel mio abbigliamento che sia di quel colore..IHIHIH passa quando vuoi baci
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Il colore viola

It's a love cult: Ogni scritto nasce da un pezzo musicale a cui è connesso. Clicca sulle immagini ed entra nel mio mondo. Rigorosamente Viola.
August 02

I know it's over

Copyrighted_Image_Reuse_Prohibited_408732

 

 

 

 

“Vieni con me, voglio ballare con te stanotte. Ti prego, non dirmi di no, so che ho già detto abbastanza ma lasciati toccare ancora. Sarà una notte come ogni altra.”

I KNOW IT’S OVER

 

 

 

 

 In fila, aspettando che vengano rimosse le barriere e si possa accedere al cortile. Una band di New York in concerto:

Jens: “Ciao, che hai fatto ai capelli?”

Nina: “Ti piacciono?”

Jens: “Insomma. Fanno troppo negra”

Nina: “Nooo, perché? Tu non apprezzi il mio look jamaicano, uffa!”

Jens: “Come stai?”

Nina: “Bene dai, tu?”

Jens: “Sto. Lo sapevo che ti avrei trovata qui. A dir la verità mi sarei aspettato che mi avvertissi, io almeno l’avrei fatto. E’ stato difficile vederti nei giorni scorsi ed è difficile vederti adesso. Avresti potuto darmi la possibilità di scegliere”

Nina: “Guarda, sinceramente non pensavo ci fossi”

Jens: “Ma come? Questa è casa mia, non mi dire che veramente pensavi che potessi non esserci”

Nina: “Ascolta, mi dispiace se ti fa male vedermi ma non posso mica dileguarmi. Poi, dati gli ultimi sviluppi, pensavo non t’importasse nulla. Sai non sono abituata a mandare messaggi al nulla. Mai stata tanto masochista!”

Jens: “Cazzo, ma come puoi pensare che nel giro di due settimane io possa essere indifferente”

Nina: “Cosa ne so io, per me le azioni parlano chiaro.”

Jens: “Dai io vado, mi stanno aspettando”

Nina: “Ecco, appunto. Ciao”

...

A volte si cerca di ignorarsi per non doversi odiare o...amare.

Nina: “Scusami, ho bisogno di parlarti”

Jens: “Dimmi, che c’è?”

Nina: “Mi dispiace ma non ce la faccio, non può essere così”

Jens: “Sono passate due settimane Nina, solo due settimane”

Nina: “A me è sembrato un anno”

Jens: “Senti, cosa vuoi da me?”

Nina: “Voglio che non smetti di parlare con me. Ho capito è finita ma non comportarti come un pezzo di merda”

Jens: “Che cosa? Hai appena chiamato pezzo di merda me? Sai una cosa? VAFFANCULO NINA OK? VAFFANCULO!”

Nina: “No dai, ma ti pare? Lo sai quello che penso di te, non te la prendere…sto solo male, capiscimi. Hai idea di quanto io possa soffrire al pensiero di non averti più nella mia vita?”

Jens: “Lo so ma io non ho più la forza di starti dietro cazzo, non ce l’ho più. Sono una pila esaurita, non provo più nulla capito? Nulla. Mi sento il cuore di pietra.”

Nina: “Non ci credo. Allora perché reagisci così eh? Me lo sai dire?”

Jens: “Sono passate solo due settimane, è chiaro che io reagisca così ma sento di aver preso la decisione giusta.”

Nina: “Guarda, anch’io penso che una decisione andava presa e, per come erano le cose, era l’unica possibile ma questo non vuol dire che devi ignorarmi. Io ci sono capito? Vivo e soffro proprio come te.”

Jens: “Il punto è che io non soffro nemmeno più. Voglio solo far del male, approfittare delle persone, disseminare odio. Magari è per questo che ti tengo lontana non credi?”

Nina: “Ehi, il punto è che non m’importa di soffrire. Tu hai scelto di farti male per un anno intero pur di starmi vicino, ti ricordi? Mi chiamavi e io non rispondevo, ero evasiva, distante. Ti concedevo ritagli di tempo, ti usavo come il mio confidente mentre tu mi amavi. Io lo ricordo bene. Ti dirò una cosa: adesso tocca a me!”

Jens: “Guarda, ti dico la verità anche se ti farà male. Io ho voglia di scopare e se mi capitasse me la farei una, così. Certo è pure vero che solo averti vicino me lo fa diventar duro, lo sai.”

Nina: “Bè, allora usa me. Non voglio niente da te, non mi aspetto niente. Voglio solo poterti dimostrare quello che sento. Tu l’hai fatto con me e io sono stata spesso sorda. Adesso sento di volerlo fare io, per me stessa prima di tutto e poi per quello che sento. Per quanto amo la coerenza.”

Jens: "Non capisco come tu possa essere così tranquilla quando io non lo sono, è stato sempre così tra noi, non ci siamo mai incontrati nell'incertezza o nella tranquillità,"

Nina: "Si tratta solo di sistemare il meccanismo, di oliarlo, in modo che scivoli finalmente, verso la felicità"

Jens: "Hmm..."

Nina: "Che c'é?"

Jens: "Sei bella"

Nina: "Tu lo sei e te l'ho detto troppo poco. Sai come si dice? Lo so, è una frase fatta ma, a volte, le frasi fatte sono fatte per qualcosa, mel'hai insegnato tu. Non si capisce il valore di ciò che si ha finché non lo si ha più. Questo è quello che mi è accaduto."

Jens: "Ti farò del male lo sai?"

Nina: "Sono pronta, fammene pure."

Jens: "Sai che dopo stanotte potrei non volerti vedere per mesi?"

Nina: "A maggior ragione non voglio che finisca presto."

Jens: "Voglio andare via da qui, vieni con me."

Nina: "Certo che non ho visto niente del concerto, bè almeno ho comprato la maglietta. Dai, almeno sentiamo Rest my chemistry."

Jens: "Si, ma andiamo più in là, vieni."

Nina: "Hai sempre voluto che ballassi per te, non l'ho mai fatto in pubblico. Sei pronto?"

Jens: "Dai, non ce la faccio più, andiamo via di qua."

Nina: "Ti seguo, ti precedo, ti sto accanto. Per quel che posso"

Jens: "Ho voglia di farlo qui."

Nina: "Sei il solito matto. Ti amo sai?"

Jens: "Avete una camera per due?"

...

Nina: "Bello l'ascensore rosso..."

Jens: "Si, bello..."

Nina: "No dai, guarda...siamo passati al numero successivo, di solito avevamo sempre la stanza 22 adesso siamo alla 33. Facciamo passi avanti, che dici?"

Jens: "Dico che sei scema. Spogliati, ti voglio."

...

somewhere between the sun and the night
you changed your mind
nothings the same and nothing has changed
I still wait like a fool

Nina: "Ehi, fermati un attimo, guardami. Io ti amo"

...

Nina: "Che ne dici, dormiamo un po'? Tu non devi andare a lavoro domani?"

Jens: "Ah, tanto lo sai che orari faccio, non sarà molto diverso dal solito"

Nina: "Vieni qui, voglio stringerti ancora"

Jens: "Vado a fumare una sigaretta, vieni con me?"

Nina: "Si, mi fai fare due tiri?"

Jens: "Ecco, pessimo vizio ti ho lasciato"

Nina: "Mi hai lasciato ben altro e lo sai...poi, è stato solo l'hobby di un mese, è già passato. Adesso ho un'altra ossessione."

Jens: "Si, credo di aver intuito. Senti, fra un po' ci alziamo, andiamo a fare colazione e poi ti accompagno alla stazione, ok?"

Nina: "Vorrei poter dire di no ma non credo avrebbe molto senso mettersi a fare i capricci adesso"

Jens: "No, penso di no"

...

Jens: "Allora, quand'è che parti?"

Nina: "Presto."

Jens: "Fai buon viaggio, cerca di divertirti" 

Nina: "Sembra un addio, dimmi che non lo è"

Jens: "No, non è un addio"

Nina: "E' stata una notte bellissima, penso che domani faticherò a credere che sia accaduto tutto questo."

Jens: "E' stato bellissimo anche per me."

Nina: "Ciao amore"

Jens: "Ciao piccola"

"Love is Natural and Real
But not for you, my love
Not tonight, my love
Love is Natural and Real
But not for such as you and I, my love
Oh Mother, I can feel the soil falling over my head"

July 24

Nobody lost, nobody found

piano inclinato 22:33
Interno di casa di Antonio, al centro di una città dell’Italia centro-settentrionale.
Autunno inoltrato. Un’ampia cucina arredata in stile moderno e un terrazzino che apre la vista sui tetti della città. Cinque amici di vecchia data sono attorno ad un tavolo e sembra stiano attrezzando un qualche tipo di gioco da tavola. Forse è solo un semplice poker, ma si tratta comunque di un’abitudine. Le luci sono piuttosto basse ma i volti dei cinque sempre ben illuminati. Siedono in modo molto diverso tra loro: Lorenzo è composto, Andrea poggia spesso gomiti e testa sul tavolo, Antonio è distante, su una poltrona, osserva continuamente oltre la finestra. Stefano, seduto, mangiucchia e parla, si libera dalle briciole picchiettandosi il petto e la pancia. Enrico passeggia nervosamente, si ferma, si siede e poi riprende frenetico.

Andrea: - “Ehi ragazzi, ve la ricordate quell’estate in cui Giò aveva preso una scuffia per quella tipa, di dov’era?”
Lorenzo: - “Di Napoli?”
Antonio: - “Ah sì, la napoletana, ah ah ah…aveva completamento perso la testa, piangeva come un bambino.”
Andrea: - “Oh, attenti a non ricordarglielo che secondo me ancora ci pensa ogni tanto“.
Antonio: - “Ma dai, figurati, saranno passati dieci anni, secondo me non si ricorda nemmeno com’era fatta“.
Lorenzo: - “Stai scherzando vero? Ma se le aveva fatto milioni di foto, di una ne aveva fatto un quadro, lo sfottevamo tutti.”
Antonio: - “Ah, ho capito…ma allora non era Antonella, e no già quella era di qua. La napoletana, aspetta…ah cazzo è vero, gli brillavano gli occhi ogni volta che ne parlava. Ma poi che è successo?”
Andrea: - “Mah, si sarà rotto i coglioni di starle dietro no?”
Antonio: - “Perché? Non gliela dava?”
Lorenzo: - “Macché, diceva che era il miglior sesso mai provato”
Andrea: - “Hai capito la terrona…com’era questa?”
Antonio: - “Ma avrai visto milioni di volte le sue foto, quella con i capelli rossi, lunghi. Una gran figa, indubbiamente.”
Stefano: - “Oh, sentite questa: qualche sera fa Giò rientra a casa con il bambino no? Mi arriva una telefonata, è lui che mi fa: “Ste, mi terresti Niccolò per tre ore, ti prego, è una cosa importante. Ed io, che tra l’altro non stavo nemmeno un granché bene, mi faccio coraggio e gli dico che va bene, che me lo può portare. Non faccio in tempo a chiedere spiegazioni che lui è già sotto casa mia a piantarmi il mostriciattolo, a mala pena riesco a dire: “Tutto apposto? È successo qualcosa? Giulia sta bene?” e lui, di corsa: “Si sì, poi ti spiego, Giulia è fuori città”.
Lorenzo: - “Hm, fuori città? La Giulia?”
Stefano: - “Bé sì, questa è l’unica cosa non strana finora, perché ti sorprendi, fa la giornalista?”
Enrico: - “Certo che voi i cazzi vostri mai eh, la domenica sera si sta trasformando in una riunione dal parrucchiere con gli anni.”
Antonio: - “Zitto tu che l’altra notte ti ho beccato a parlare con Pondrandolfo. Di cosa potevate discutere, al massimo delle sue ultime avventure a Capri“.
Enrico: - “Ah senti, ascolta, quante volte te lo dire? Lo devo frequentare quello. “Devo”, capisci? Sai…il lavoro? L A V O R O”
Antonio: - “Sarà ma io eviterei di chiamare noi pettegoli quando il pettegolezzo è diventato il tuo L A V O R O!”
Enrico: - “Fanculo”
Stefano: - “Me la fai raccontare questa cosa o no?”
Dicevo, mi arriva Giò alla porta, sudato come uno struzzo. Sì, uno struzzo. Niccolò piangeva”
Enrico: - “Eh certo. Chi ci vorrebbe rimanere da solo con te a casa del resto!”
Stefano: - “Niccolò piangeva come un ossesso ma lui lo lascia lo stesso, ci mette mano nella mano e via, senza spiegazioni. Al che ho pensato che fosse successo qualcosa che ne so io, alla madre, una cosa grave. Gli urlo di tenermi aggiornato e provo a calmare il mo...eh, il babbui...insomma il figlio.”
Enrico: - “Cos’è, un revival fantozziano? Lo so, crescere negli anni 80’ non dev’essere stato facile ma ti prego, risparmiaci…”
Antonio: - “Che ti sei bevuto stasera? Guaranàalcaffètostato?”
Enrico: - “Scusate, scusate. Prego signore del racconto serale, illuminaci!”
Lorenzo: - “Cazzo, è inutile, quando sono nella stessa stanza, è impossibile fare un discorso in cui siano comprese più di due persone. La prossima volta o l’uno o l’altro, ok?”
Andrea: - “Allora? Che è successo?”
Stefano: - “Niente, cioè veramente un gran scassamento di maroni a stare dietro al bambino. Ci sarà un motivo per cui mi sono dato alla vita semi-monastica no? I miei fumetti sono già troppo impegnativi da educare, continuano a scivolare fuori dal loro scaffale e a mettersi in un ordine sparso. Per ritrovare il numero 8 ci metto delle ore.”
Enrico: - “Perché il numero 8?”
Stefano: - “Perché dentro ci conservo lo schema ragionato ( ragionato da me) delle possibili combinazioni e delle probabilità che, l'appena citato volume, sia finito in bagno o in cucina rispetto alle mie abitudini settimanali.”
Enrico: - “Sei un demente!”
Stefano: - “Oh, gentile. Comunque, il segreto sta nella conoscenza. Dal momento che tu conosci il tuo disordine sai pure che puoi debellarlo."
Enrico: - “Sì, ci credo. Il punto è che se tendi a perdere il numero 8 e l’unico modo che hai per ritrovarlo è nel fottuto schema statistico-probabilistico che hai inventato, perché cazzo lo conservi nel numero 8? Lo vedi che sei un demente?”
Stefano: - “Perché? Semplice perché essendo disordinato, tendo a complicarmi la vita. Se avessi sempre sottomano lo schema, sarei un metodico. Non lo sono.”
Antonio: - “Io mi vado a fumare una sigaretta, vieni?”
Andrea: - “Sì, sì, tu?”
Lorenzo: - “Vi raggiungo subito, faccio una sosta rilassante.”

Enrico e Stefano rimangono soli in cucina, ignorati dagli altri, a discutere, l’uno nervosissimo e asfissiante, l’altro flemmatico, rassicurante nelle sue seppur strambe affermazioni:

Enrico: - “Ah bene, ma l’avete sentito? E dunque come fai a trovarlo il numero 8?”
Stefano: - “Sto valutando la possibilità di elencare sul frigo col pennarello la lista di luoghi in cui tende a perdersi lo schema.”
Enrico: - “E il fumetto?”
Stefano: - “No, sono due cose diverse, perché finché esisteva solo il fumetto, lo lasciavo nella specchiera, fra i giornali in sala o, a volte, in frigo. Adesso che dentro al fumetto c’è lo schema…bé, è cambiato tutto. Non lo trovo mai nei posti usuali, evidentemente il fatto che ci sia un modo per ritrovarlo m’induce inconsciamente a cercare modi di perderlo più efficaci.”
Enrico: - “Sai che c’è? Mi vado a fumare una sigaretta anch’io.”
Stefano: - “Ti seguo.”
Enrico: - “Prendi la birra.”

Nel frattempo, sulla terrazza:

Lorenzo: - “No, quello è un pivello, non ti devi preoccupare. Ha solo qualche buona amicizia, tutto qui.”
Andrea: - “Si solo che sai come vanno le cose, in politica le amicizie contano più di ogni altra cosa”
Antonio: - “No, contano i soldi e quanti ne riesci a muovere.”
Antonio: - “Ah, avete smesso di insultarvi? Che peccato, era diventato quasi gradevole.
(squillo di un telefono) Pronto? Che? Dove sei? Siamo a casa mia. Si dai, arrivo.”
Oh, era Giò.
Enrico: - “Allora?”
Antonio: - “E allora dice che ha lasciato Giulia, che ha bisogno di un posto in cui stare, gli ho detto che andavamo a prenderlo.”
Stefano: - “Eh, ve lo stavo raccontando ma voi non mi avete fatto finire…”
Antonio: - “Ragazzi, io intanto vado a prenderlo che è a piedi. A dopo.”

(Antonio esce da casa, nessuno si gira, tutto prosegue come il solito, come se non fosse accaduto niente di strano)

Lorenzo: - “Finire cosa?”
Stefano: - “L’altra sera poi, Giò è tornato tardissimo, Niccolò dormiva. Ci siamo fumati una paglia sulla veranda e lui ha cominciato a raccontarmi di una tipa che aveva conosciuto un sacco di tempo fa, di com’era finita.”
Andrea: - “Si fa un’altra? Oh cazzo e adesso come lo dico a Eleonora?”
Enrico: - “Scusa ma che centra Eleonora?”
Andrea: - “Come? Non lo sai che quando un tuo amico è un fedifrago automaticamente, per la tua ragazza, lo sei anche tu? Le donne ci vedono come una specie di branco.”
Lorenzo: - “Giò, si stava parlando di Giò.”
Enrico: - “Si”
Stefano: - “Eh che vi devo dire? Chi non vuole...si rivede, dalla terronia con furore…meglio una mora oggi che una bionda...poi”
Enrico: - “Che ne dici di esprimerti in un modo leggermente comprensibile? Interpretabile almeno?”
Andrea: - “Nooo”
Stefano: - “Ebbene sì, lei.”
Andrea: - “Ma stai scherzando? Saranno passati dieci anni“.
Lorenzo: - “Oh, evidentemente questa doveva succhiarlo particolarmente bene…”
Enrico: - “Dai cazzo, questi due hanno un bambino“
Stefano: - “Ci ha fatto pure un bambino con la terrona?”
Enrico: - “No demente, Giò e Giulia hanno un bambino, Giò e Giulia.”
Stefano: - “Magari la Giulia l’ha fatto col tipo che frequentava prima, che ne sai?”
Enrico: - “Ecco, la domenica sera sarà dedicata alla visione di Beautiful d’ora in poi”

Il rumore di una porta chiusa annuncia Antonio e Giò. I ragazzi girano le teste verso l’entrata come se fossero telecomandati, contemporaneamente e senza muovere il busto. Giò incede con una specie di affanno e dice, sparando fuori l’ultimo quantitativo di ossigeno:
Giò: - “Ragazzi, mi sono innamorato!”
Tutti rimangono immobili a fissarlo nella posizione precedente. Anche Giò è immobile.
Lorenzo morbidamente gira la testa, prende le carte sul tavolo, comincia a mischiarle e, sospirando:
Lorenzo: - “Oh, riappendiamo il quadro va!”

Il vociare sale, la stanza torna identica a prima, prendono posto anche Giò e Antonio. Il gioco ricomincia.


July 17

A postcard to...

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Immagina la scena: siamo io e te, al lato della piazza, seduti su un gradino. C’ è un sacco di gente, la solita d’altronde, d’estate è sempre così. Beh, ci beviamo un drink, parliamo di stronzate, tu mi racconti che a lavoro c’è una tizia che ti fotte continuamente le cose di mano e che non ne puoi più. Ci ridiamo su. Le hai affibbiato un nomignolo interessante, la cleptogazza la chiami. In ufficio se ne parla e un po’ te ne compiaci. Ti dico che mi sento meglio ultimamente. Le cose, lo vedi, mi scivolano addosso più facilmente. Me la prendo con calma, sono piuttosto rilassato tutto sommato.

 

Passano i miei genitori ok? Si, mai visti qua a braccetto di martedì sera ma…va così. Si avvicinano a noi, mio padre ti fa: “come va ragazzo’” e tu, ti alzi, gli stringi la mano e dici: “tutto bene, lei come sta? Mi hanno detto che dal suo orto non fanno che uscire primizie”. Sorridi, lui ti sorride a sua volta. Si fermano a parlare di stronzate per un po’ poi, quando sono sul punto di andarsene, mia madre mi fa: “ah, vedi che da noi è arrivata una cosa per te, una cartolina mi sembra. Te la portiamo a casa domani.” Se ne vanno, svaniscono lungo il viale. Mi vedi pensieroso, sono incuriosito. Chi mi avrà inviato una cartolina? Non sono cose che si fanno più no? Mi prendi in giro sostenendo che finalmente l’esercito si sarà ricordato di me. Io ho, facciamo ventisette anni, siamo amici dai tempi del liceo. Capito? E non fare quella faccia, lo so, neppure tu mi piaci ma proprio perché ci detestiamo cerchiamo di fare in fretta questa cosa ok?

Allora, dicevo, immagina: A casa mia c’è una cartolina, io non so chi possa avermela inviata e sono curioso come uno struzzo. Si, come uno struzzo. Finisco di bere in fretta il mio drink e invento una scusa per piantarti lì e andare dai miei. A questo punto tu mi fermi e mi ricordi della cena a casa di Daria, io accenno qualcosa su un regalo di laurea e vado via. Tu rimani seduto ancora un po’, fumi una sigaretta mentre fai gli origami con i tovaglioli presi prima dal bancone del bar. A questo punto tu scompari. Un lungo controcampo, regia quasi documentaristica. Sono inquadrati quasi sempre i miei piedi e le strade percorse velocemente. La pavimentazione antica e scomoda e gli angoli vivi dei palazzi, le mie virate repentine e lo scontro con le ruote delle biciclette.

Ci sei? Come ti sembra? Bene, a questo punto la scena si taglia nel momento in cui io entro in macchina e chiudo lo sportello per riprendere esattamente nel punto in cui sono sotto casa dei miei con la cartolina in mano, tra l’indice e il medio della mano destra. Hai presente? Sì, come quando hai una voglia fottuta di vedere una cosa ma aspetti che sia il momento giusto. Faccio così, non la guardo neppure, la tengo voltata, la poggio sul sedile di fianco e guido fino a casa mia. Mi siedo davanti alla porta, come faccio quando temo di dimenticare qualcosa, mi metto seduto per terra, lì accanto, e aspetto che la memoria mi torni. C’è un gran macello di suoni provenienti dalle villette vicine: una bambina che gioca con il suo cane, una coppia anziana che rassetta il giardino, lo scampanellio al collo di un gatto invadente. Il contrasto con la mia apparente pace è forte come pure la sensazione che io sappia già di cosa si tratta. Sembrerebbe qualcosa che provoca un qualche turbamento eppure le mie espressioni non ne evidenziano la natura. Qua pensavo di metterci un primissimo piano dei miei occhi e del loro movimento dovuto alla lettura, poi ancora uno stacco improvviso sulla cartolina che viene lasciata cadere per terra e per finire i miei piedi che si avvicinano nervosamente all’entrata. La porta si chiude decisa, tutto ripreso dal basso.

Stai scrivendo? Oh dai cazzo, ho un riunione alle 16 e sono quasi le 15. Non abbiamo fatto neppure un quarto del lavoro. Ok, dicevamo… ah, la porta: Chiusa. La cartolina: per terra, lì davanti. Che succede? Comincia a piovere. Tutti i rumori, dapprima fortissimi, vanno svanendo ma questo lo facciamo un po’ surreale. Sai cosa? Si sente solo il rumore della pioggia e il campanello appeso al collo del gatto. Un bel gattone bianco e nero. Quasi non si deve riuscire a distinguere la differenza tra le due sonorità ma da lontano che è, il gatto si avvicina, salta giù da un muro, si strofina contro la porta di casa e si piazza sulla cartolina. Ci si accuccia morbidamente coprendola per intero. Fin ad ora la camera non avrà mai inquadrato né il retro né lo scritto. L’unica cosa che si è percepita riguardo a quel pezzo di carta è la sua dimensione standard e il colore, particolare. Qui pensavo di metterci un pezzo dei Radiohead, lo conosci Fake plastic tree? Sì, quello. Farlo crescere nel rumore della pioggia e poi lasciarlo su per un bel po’, quasi un minuto. Pensavo di puntare la camera dritta contro la pioggia, far si che se ne riempisse beccando, sai quella pioggerellina fina fina che riesce a malapena a tagliare la nebbia? Ecco, quella. Che te ne pare? Ah si? Forse hai ragione, meglio non fare la figura dei manieristi. Lasciamolo così: il gatto sulla cartolina, Fake plastic tree e il rumore della pioggia, io in casa. La camera entra zoommando velocemente dalla finestra e m’inquadra di spalle. Sono piegato con mezza faccia nell’armadio, cerco qualcosa poi mi volto e estraggo dal fondo un contenitore di cartone rosso. Mi alzo, chiudo l’armadio, ho in braccio la scatola. Vado verso la porta, la apro, sposto il gatto con il piede, non è mia intenzione fargli del male anche se a questo punto è chiaro che sono irritato. Poggio il contenitore per terra, tolgo il coperchio e vi ci infilo la cartolina, lo richiudo, lo metto sul tavolino davanti al televisore e me ne vado. Prendo l’auto e me ne vado.

Ecco qua stai attento perché è fondamentale che tu capisca questo passaggio. L’obiettivo è creare un’aspettativa nello spettatore, far sì che si chieda: “Lui chi è? Perché si comporta così? Che diavolo c’è scritto sulla cartolina?” Che? Si siamo d’accordo anche: “il gatto è suo o no? Una cosa è palese: lui ha letto, lui sa e forse sapeva anche prima di leggere. C’è una storia dietro tutto questo, come farlo intuire allo spettatore? Semplice, spargiamo indizi qua e là perché la sua curiosità possa levitare, ok? Allora dicevamo che io vado via. La scatola rossa è sul tavolino, la lasciamo inquadrata in modo che dalla finestra si possa vedere la macchina che si allontana e l’immobilità della scena all’interno. Quando non si sente più neppure il motore allora lentamente spostiamo il focus sulla parete di fronte al televisore. C’è il segno di una cornice rimossa, e del triangolino ingiallito che doveva sostenerla. Come tante diapositive lasciamo che ci siano repentini flash sul possibile contenuto della cornice…una sequenza di fotografie. Le immagini non si riescono quasi a distinguere ma gradualmente la velocità di scorrimento diminuisce.

Oh, mi stai ascoltando? Se non sei d’accordo ne parliamo ma cazzo ascoltami, sei catatonico! Dai, madonna ho solo altri dieci minuti.

Sì, si vede il volto di lei. Varie espressioni. Sorride spesso poi, quelle che sembrano essere foto, si animano a dipingere piccoli momenti di felicità, e con questo, fidati, ci si conquista il pubblico femminile. Per quello maschile ci si infila un seno nudo, qualche corsa sulla spiaggia. Che ne dici di loro, cioè… di me e lei che scopiamo sotto il tavolo? Così tra l’altro riprendiamo pure il discorso di inquadrare tutto dal basso. Pensavo di finire questa sequenza con l’immagine delle zampe del gatto bianco e nero che si allontana e, alla fine, salta sul solito muro. La camera però la lasciamo giù, non riprendiamo il salto come una cosa aspettata ma come qualcosa che accade. Capito? Vabbè comunque per queste cose ci vogliono un casino di prove, adesso era giusto per darti un’idea.

Naturalmente poi bisognerà svelare il contenuto della cartolina no? E’ qui che si gioca tutto, il finale è essenziale. Deve essere d’impatto, inaspettato ma non troppo altrimenti si rischia di annoiare anche con le sorprese. Io avevo in mente di mostrare due gambe, femminili, celate da una gonna di un tessuto liscio, dolce, una lunghezza appena sotto il ginocchio. La gonna si muove placidamente, hai presente? Quando fanno quel movimento super eccitante strusciando le gambe e la stoffa rimane lì tra le ginocchia per un po’, pochi secondi di libidine da fotografare. Ehm scusa, dicevo… lei si avvicina alla scatola, si sente il rumore del coperchio rimosso. C’è una breve pausa e, dal silenzio che c’era prima, condito solo dal rumore delle scarpe e della stoffa tra le gambe, l’atmosfera diventa gioiosa, colorata. Qui ci voglio mettere assolutamente un pezzo di Jens Lekman, lo conosci? Guarda, ti dico solo che l’idea è nata ascoltando questo pezzo…ci sta da dio. “A postcard to Nina” ci mettiamo, poi te lo faccio ascoltare domani e mi dici. Ci facciamo partire il ritornello sparato al massimo e spostiamo di colpo il punto di vista: dai piedi al pavimento e alla polvere che era, adesso quello che vedremo sarà: le mani della ragazza che, a manciate, raccolgono dalla scatola cartoline tutte uguali, tante. Sui toni del rosso anch’esse, poi il soffitto, bianco. Una dolce, sottile cascata di carta a rallenti. Una della cartoline cade girata dalla parte scritta. Lei si china a leggere, c’è scritto qualcosa di breve, sembra…sì, è francese. Lo spettatore è lì lì per sapere, incollato come un francobollo allo schermo, quando altre cartoline cadono sulla prima e la sommergono. La donna comincia a ballare…le si vedono solo i piedi. Un vorticoso circolo. Bé poi naturalmente alla fine lo facciamo vedere, non li lasciamo a bocca asciutta. Non so, o facciamo scorrere le parole in fondo o magari ci piazziamo una bella foto della cartolina. Fermo immagine con Lekman e via.

Oh porca puttana sono le 16:10, paga tu per favore devo scappare. Dai, ne parliamo domani, l’importante è che sia chiaro: dobbiamo scioccarli ma in modo contenuto. Centellinare ok? Centellinare.

Please, don't let anyone stand in your way...

July 10

There's always room on the broom

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- “Non ti facevo così forte...sei veramente incredibile tu, sai?”

- “Cazzo dici...ho solo voglia di divertirmi.”

- “Si, ma lo fai in una maniera...decisamente super arrapante”

- “Sarà, è perchè muovo i fianchi così?”

- “Mah no, anche quello ma porca puttana, c'è molto di più!”

- “Se lo dici tu....”

- “Mi dai il tuo numero?”

- “No guarda, sono fidanzata, non m'interessa, davvero...”

- “Sicura? E lui dov'è?”

- “Non è qui stasera.”

- “E allora che t'importa?”

- “No senti guarda, hai sbagliato persona. Sto bene così. Grazie.”

- “Ok, ok...ma almeno prendi il mio numero, così, se ti senti sola...”

- “Non hai capito? Non m'interessa. Ciao.”

(Uomo, tra sé e sé): “Ma guarda che tipa, come se la tira...pensa di avercela solo lei la fica? Ma che vada a farsi fottere...”

(Lei, chiusa in bagno, dopo vari cocktails): “Si, brava, ancora con la scusa del fidanzato....io e lui stiamo insieme, solo che lui ancora non lo sa! (ah ah ah) Brava la deficiente, non scopi da un anno..che cazzo te la tiri a fare così...almeno ti saresti potuta fare una sana scopata e invece no..no...perchè pensi a lui. Ma a che cazzo pensi? Lui non ti vuole, lui non ti ama, semplice. Smettila...e finiscila cazzo. Non ti si sopporta più, non lo vedi? Neppure la coca ti aiuta ormai, sei...sei...un rottame. Basta! Chi cazzo vuoi che ti si pigli così? Brava, hai ricominciato a studiare, una cosa buona almeno, chissà che ti renda qualcosa...però non farlo per dimostrare di essere qualcuno, fallo per te stessa cogliona! Fallo perchè ti rende felice! Ah, vero? Te ne vai per un mese a Parigi? Figo! Ma non lo fare per scappare, fallo perchè lo vuoi, fallo perchè ti riempie, ma non di un vuoto incolmabile. Quel vuoto non può colmarsi. Smettila di sperare. Semplice, smetti...come hai smesso di fumare. Non ti buttare via, senti la forza che hai dentro, la forza che hai messo nel dare coraggio a chi non l'aveva, la stessa che ha permesso di resuscitare chi non si sentiva più vivo. Sentiti.”

Intanto, pensieri maschili sparsi...

(1)Guarda quella...che troia che deve essere, guarda là come balla...e poi dicono che le stuprano, certo, se una va in giro così...se lo merita cazzo. E il tipo? Non si accorge che lei guarda tutti? Che sfigato! Come si fa a stare con una così? È una bambina, guardala lì, sai che rottura di coglioni tenerla a bada? Secondo me è la classica tipa che quando torni a casa ti tiene il muso senza motivo...è una di quelle che poi si scopa il tuo migliore amico e non se ne rende nemmeno conto...come si fa? Ce ne sono troppe di ste troie al mondo...

(2)Bella? Di dove sei? Sai che balli da Dio? Lo so, te l'avranno già detto in milioni ma...voglio dirtelo, sei bellissima! Senti, me lo dai il tuo numero? Dai, ti prego...non sono uno che rompe, voglio solo invitarti a cena. Che ti cambia? Facciamo così, ti lascio la mia mail...scrivimi quando ti va di vedermi, ok? Ci conto eh?

(3)Che faccio, ci vado? Ma guarda...sta con un tipo, see figurati se mi da il numero. No dai, lasciamo perdere, ho già fatto abbastanza figure di merda in una settimana, maglio evitare... Però quanto è bella? Ha dei capelli stupendi, per non parlare del resto...vorrei...vorrei.... Dai cazzo vado...no porca che le dico? Oh, sai che c'è? Se non ci provo con lei non ci provo più con nessuna, vado là, le dico chi sono, se le interessa bene...sennò pace!

(Ancora lei, sempre meno sobria...) Che faccio? Lo chiamo? Ma sì, che male fa... (tuu tuu, tuu tuu, tuu tuu...) Bene, non risponde...meglio forse, non avrei saputo cosa dire in fondo, no so neppure perchè lo stavo facendo...cosa dovevo dire? Ah, cogliona...che c'è, ti rode perché non ti adora più? Era bello avere qualcuno sempre lì a tenerti la mano quando soffrivi vero? Beh, anche adesso soffri e ce ne sono milioni che vorrebbero tenerti la mano, ma tu vuoi lui...perché? Semplice brutta scema...solo perché lui non ti vuole più! Orgoglio. Si chiama orgoglio.

(Un amico): L'hai chiamato vero? Ti avevo detto di non farlo, non ti ha risposto e adesso ci stai peggio, sei ferita, ti senti inutile. E' questo che spinge le persone all'amore, il desiderio di conquista. Quando eri tutto per lui non te ne fregava un cazzo vero? Orgoglio. Solo orgoglio...smettila di fare la bambina.

(Un sms):Ciao, ho letto il tuo messaggio solo poche ore fa, non controllo più quel numero. Mi dispiace che tu stai male ma ho preso la mia decisione, ti abbraccio forte.

Lei chiude la borsa, ci rigetta il cellulare di forza...un altro tiro, un altro sorso...ne è convinta, al dolore non si è mai preparati, ogni volta...è un imprevisto.

Una rosa rossa conficcata all'interno di uno steccato oggi pende miseramente. Non è stato sempre così, un mazzo delle stesse rose, un anno prima, giaceva timidamente tra le sue braccia.

“M'ama...non m'ama...”

July 04

Videotape

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Zig zag, su giù, destra sinistra e poi…e poi centro. Nel buio c’è solo il rosa, il colore dell’imbarazzo, della timidezza. Un fiore attorcigliato al cinturino di un sandalo, un fiore di pesco. Una parrucca, dei palloncini legati ad una bicicletta che non vuole saperne di essere parcheggiata. Eppure prima o poi un freno lo si dovrà mettere. Primo o poi quel fiore attorcigliato verrà rimosso, si appassirà. Sono le cose più belle a dover finire o solo le cose di cui ci accorgiamo?

 

 

 

 

 

 

Antonio è un uomo del sud, ha cinquantasei anni e lavora dacché ne aveva dodici. I soldi nella sua famiglia sono sempre stati essenziali ma niente si è mai ridotto alla loro semplice ricerca. Il lavoro per Antonio è una responsabilità importante da cui non si può pensare di prescindere. Non tutti gli uomini della sua età avrebbero condiviso questo pensiero, lui lo sapeva, quando a ventisette anni, decise di sposarla. Aveva conosciuto una ragazza che aveva tutte le qualità per essere considerata una donna e in più aveva il profumo del bosco in autunno. Il bosco non era l'unica cosa che lo divideva da lei, c'erano le montagne e non era possibile aggirarle. Erano montagne da scalare.

La conobbe che aveva appena sedici anni. Il suo era un paese di poche anime, uno di quei posti da cui i giovani non possono che scappare. Nevicava sempre durante l’inverno e d’estate non si poteva mai pensare di uscire di casa senza avere con sé un golf, al momento opportuno si sarebbe rivelato di massima importanza. Le donne, era la fine degli anni 60’, giravano sempre in gruppo, non era permesso loro di portare abiti appariscenti e soprattutto, non potevano assolutamente farsi vedere in compagnia maschile. Maria era una ragazza piuttosto ribelle, non seguiva del tutto i dettami del luogo, anzi, lei era una che sfidava l’autorità. Aveva capelli castani lunghissimi e sensuali, ondulati. Dondolando le sfioravano il sedere mentre camminava. Era la terza nata e, come di lei si era occupata la sorella maggiore, adesso le toccava accudire la più piccola. All’unico fratello era stato permesso di proseguire gli studi mentre le ragazze...beh, loro dovevano aiutare in casa, crescersi a vicenda e, come ultima cosa, procurarsi un buon marito. Discorsi che sembrano obsoleti eppure, pochi decenni fa, questi non si sarebbero neppure affrontati tano rientravano nella normalità. Maria, nata sotto la stessa luce delle sorelle era diventata, già a sedici anni, qualcosa di diverso. Non le stava bene l’idea di dover rimanere in quel posto per sempre, non voleva che il suo destino e la sua vita fossero già stati decisi. Non l’avrebbe mai accettato. Quando, la prima volta che la vide, Antonio se ne rese conto, pensò che fosse ammirabile un comportamento simile. Già lui si era distaccato dal coro, originario dello stesso piccolo paese, aveva deciso di andare via, si era trasferito in città e poi aveva tentato la fortuna nell’esercito. Era un gran compagnone, uno che si fa in quattro per aiutare gli altri se può, una persona su cui puoi contare, sempre. Voleva diventare un meccanico, sapeva mettere mani sui motori, tutti avevano grandi speranze per lui. Aprire un'officina, guadagnare qualcosa in più, lui Maria, voleva sposarla sin dal primo momento, voleva regalarle un futuro diverso e voleva dare ai suoi figli quello che a lui era stato negato. Avrebbero dovuto poter studiare, conoscere, i suoi figli si sarebbero dovuti poter difendere con le parole, mai con la violenza. Andò a lavorare a Milano per qualche tempo, immaginando di potersi assicurare una vita e un ambiente migliore, ciononostante continuava a pensare a lei. Durante la leva le inviava cartoline, lettere, sperando ogni volta in una sua risposta. Maria lo faceva penare, continuava a cercare scuse per evitarlo. Si sentiva ancora troppo piccola, piuttosto fragile, non sapeva bene cosa avrebbe voluto dalla sua vita ma, questo era chiaro, doveva andare via dal paese. Lo capì quando un giorno, nei mesi in cui studiava per diventare sarta, pensò di tagliare un tessuto in modo diverso. Ormai le gonne l’annoiavano, sempre tutte uguali, la stessa lunghezza, gli stessi noiosi tessuti. Qualche settimana prima aveva visto in televisione, a casa di un’amica, una cantante allora molto in voga che portava dei pantaloni a campana. Ne voleva un paio simile, la stoffa c’era, la tecnica, beh…ci avrebbe lavorato un po’ ma era una ragazza intelligente e molto creativa, se la sarebbe cavata. Ci vollero pochi giorni, in tutto dodici per terminarli, ci lavorava spesso, era diventato un piccolo ma importante obiettivo da raggiungere, anche quando gli occhi, di notte, le facevano male e prendevano a lacrimare. Non si dava per vinta neppure per un istante. Si fermava un attimo, se li stropicciava tutti e poi, con un gran respiro, si rimetteva a lavoro. Quando furono pronti li indossò come se avesse appena ricevuto un manto d’ermellino e fiera, si mostrò alla mamma. Nessuna ragazza nel paese aveva un capo simile, non poteva che esserne felice, eppure la reazione materna fu inaspettata e bruciante. Dopo tanto lavoro Maria ricavò un unico e cocente schiaffone, segno che le cose dovevano cambiare, segno che quello non era il suo posto, non più. E’ per questo che, all’ennesimo tentativo di Antonio di farla sua, Maria decise di cedere. Lo amava d’altronde, ne era convinta. Sposarlo sarebbe stata una conseguenza ineluttabile che forse l’avrebbe condotta fuori da lì, verso un futuro decisamente migliore. Lei lo avrebbe amato, le sarebbe stata fedele e lui avrebbe adorato la sua creatività, l’avrebbe incoraggiata e sostenuta. Lui immaginava un matrimonio classico, una famiglia modello in cui l’amore e gli agi non sarebbero mancati, avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei e, per quello che poteva, già lavorava per renderla felice. La felicità però non è a senso unico, si muove in linee oblique.

E' difficile riconoscerla la felicità, si è più spesso portati a doppiarla concentrati piuttosto a cercare di distinguere i giri del motore, compiacendosi più del mezzo su cui si è che della strada percorsa.

Lui la portò fuori di lì, le insegnò come guidare su terreni scoscesi, le mostrò la via per essere libera e lei, lei la percorse fino in fondo e se c'era qualcuno da doppiare sulla strada, non aveva più timori, correva forte inondando di bosco il deserto delle vite altrui.

Una domenica mattina si svegliò all'alba, si lavò di tutto punto e si mise un bel vestitino che tutto sapeva di festa. Antonio era già in piedi da un pezzo, aveva sempre da fare. Con aria gentile si sedette al fianco del suo uomo ad osservarlo, curava il giardino e la terra che, un giorno, avrebbe accolto la "loro" casa.

Maria: - “Che fai amore?"

Antonio: - (Affaticato)“Tiro fuori quest'erbaccia dalla terra, altrimenti addio al prato inglese che desideri così tanto”

Maria siede su un masso al bordo dell'aiuola, accavalla le gambe. Si piega a cercare l'erba. Ne accarezza la superficie con I polpastrelli. E' umida.

Maria: - “Ah...Vuoi aiuto?”

Antonio: - “Ehm..ma ti sei vista? (Si ferma a guardarla, posa il rastrello e ci si appoggia con il gomito destro sostenendolo con la sinistra) Sei agghindata come se ci stessero aspettando ad una festa in piscina, di quelle importanti...”

Maria: - “E che c'è di male?” (A braccia conserte)

Antonio: - (Sorride, è dolce)“Non essere permalosa, dicevo solo che non ti metterei mai a lavorare così.”

Maria: - (Guardando in aria con il mento all'insù) “Ah. Non so.” (Si sfila le scarpe bianche e le ripone al lato dell'aiuola, fuori dalla terra)

Antonio: - “Cosa non sai?”

Maria: - “Se le nuvole si illuminano dal di dentro o no. Ci pensavo.”

Antonio: - “Cosa? Le nuvole?”

Maria: - (Convinta. Ha lo spirito d'una bambina che ha appena scoperto qualcosa di fondamentale) “Si, pensaci. Tutto è nelle nuvole. Loro sanno già tutto. Sanno se nevicherà, se pioverà...se non si dovranno far vedere perchè il sole è troppo forte. Allora mi chiedevo se sono o no illuminate dal di dentro.”

Antonio: - (Le parla come una specie di educatore, con molta pazienza. Ad ogni parola fa seguire un gesto a descriverne il contenuto. Rischia più volte di far cadere il rastrello) “Beh...non credo sai, le nuvole sono solo un ammasso di piccole, minuscole goccioline di acqua, se ne stanno sospese nell'aria, niente di più”

Maria: - “Ah. Non so.”

Maria si alza, si infila le scarpe e comincia a passeggiare su e giù disegnando un percorso a 8

Antonio: - “Non conosco nessuno come te. Vuoi sapere assolutamente tutto e poi, dopo averlo saputo, ebbene...cominci subito a dubitarne.” (Abbassa la testa e si rimette a lavoro)

Lei si sforza di ricordare il motivo che l'ha condotta fuori, non riuscendoci decide di andare in casa e di rimettersi a letto.

Antonio: - “Che fai adesso, vai via?”

Maria: - ( Si gira a mezzo busto, una folata di vento gonfia il vestito, le si scoprono le gambe fino alle ginocchia)

“Il fatto è che se resto adesso poi, se domani non mi vien voglia di aiutarti, avrò l'impressione di abbandonarti. Invece, se restassi con te anche domani, allora vorrebbe dire che mi sono presa un impegno. Non so. E' meglio che vada”

Antonio guarda la sua donna allontanarsi, la segue con lo sguardo fino a quando, entrata in casa, la porta a vetri non è completamente chiusa. Solo due secondi dopo la luce si spegne. E' improvvisamente notte. Un'eclissi. Maria corre verso la porta, la spalanca e urla:

Maria: - “Guarda, te l'avevo detto, tu non vuoi mai credermi. Le nuvole lo sapevano già!”

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