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30 Oktober The limit to your love
Soffro di vertigini. Lo sai. Quando mi sporgo, anche solo per chiudere la finestra della mia camera, comincia a girarmi la testa e gli oggetti che ho davanti si deformano. Sento di voler afferrare qualcosa di lontano e di voler scappare dal pericolo di cadere. Forse per te è difficile crederlo ma io proprio impazzisco quando la possibilità del vuoto mi siede accanto. La mia sedia è sempre quella più lontana dal bordo della terrazza, i miei passi sono sempre quelli più adiacenti al muro. L'aereo mi terrorizza. Lo sai. Piango e sudo freddo perché so di non avere il controllo e non che io possa perderlo no, io non posso averlo da principio. Il mio sedile è sempre quello più lontano dal finestrino, il mio cuore è quello che pulsa con maggiore insistenza. Puoi sentirmi lamentare senza richiedere aiuto perché so che solo io posso salvarmi. Andrò via, andrò via dritta giù fino alla strada.
Perché ci sono limiti al tuo amore. Piccoli pezzi di nuvole nascondono il sole. Qui non posso vedere il tuo sorriso, dovrebbe essere scritto sulle tue labbra, dovrebbe... La mia tazza di caffè sa di orzo, di cioccolato e di cannella e tu sai quanto a me piaccia la cannella. Adoro mordicchiare i bastoncini, sentire la polvere solleticare il palato mentre la lingua si riempie di viscosi granelli speziati. Amo quando la carne se ne inonda; mentre cuoce sento il sangue mescolarsi alla terra. I miei pensieri sgorgano così, come una cascata di acqua naturalmente tiepida, scaldata da raggi autunnali. Il mio corpo sa di seta. Tu questo lo sai. Scivoli lungo le mie gambe come l'acqua che precipita sulla roccia. Produci un fragore di schiuma e di colore. Conosco bene le difficoltà che questo crea e a volte lo trovo scritto sul tuo volto. Ma io so che solo io posso salvarmi e per questo andrò via, giù, dritta fino alla strada. Perché ci sono limiti al tuo amore. Nel mio mondo non esiste più un oceano, esso è fatto di selciato e di stelle cadute. Tu sai quanto esse incutano timore. Aspetto ansiosa di vedere il cielo intagliarsi di oro consapevole dei rischi che il tuo amore mi da. Le pietre sono il mio giaciglio di osservazione. Si insinuano nei vestiti, ne colmano gli interstizi irruvidiscono la mia pelle, a volte la tagliano. Quando le mani si scavano un lettuccio attraverso la sabbia fino a trovarne l'umido, quando lo stesso luogo, sommerso, riemerge a cercare legittimazione per una notte solo sfiorata, io so. So dei pericoli che mi dai. In questo sogno che cerca di andare oltre un sorriso accennato, io dovrei poter vedere. Piccoli pezzi di noi germogliano malati. Essi spingono verso una cascata con il fermo immagine, dovremmo poterci fermare, dovremmo... Ma solo io posso salvarmi e dunque andrò, andrò fuori, oltre la strada. Perché non ci sono limiti, no, non ce ne sono...al mio amore. 26 Oktober Escape the nestGirati e guardami, sono sempre la stessa. Sono ancora ai piedi di questo muro, e adesso è più alto di prima. Impedisce di vedere le luci della città. Mi sento così piccola qui sotto e le nuvole mi coprono la vista della luna. Le mie ginocchia tremano, adesso sento freddo e so che la terra non mi riscalderà ancora. Se tu fossi vicino a me adesso potresti udire gli orologi scandire il tempo del nostro ritorno. Fuggendo dal nostro nido ci sentiamo come formiche e la notte non ci è mai apparsa così lunga.
Scaviamoci un buco, immergiamo i nostri piedi nel fango, aspettiamo che sia giorno. Finchè le nuvole non si saranno diradate nascondiamoci. Nascondiamo i nostri volti perchè siamo delle formiche in fuga e se potrai ancora sentire l'odore dei miei pensieri dovrò nascondermi meglio. Sarò come gli altri insetti e seguirò la traccia delle tue orme senza fiatare, nascondendo i miei desideri, qui, ai piedi del muro. Guarda su, c'è uno spiraglio. Attraverso le fronde degli alberi puoi sentirti piccolo come realmente sei ma non lo gridare, potrebbero sentire che tu "sei".
Se scappiamo dal nido dobbiamo farlo in fretta e non richiamare sguardi, confonderci, essere anonimi. Abbassa la testa, non fiatare. Come formiche noi cammineremo. Se puoi sentire quanto sei piccolo, allora fingiti sorpreso delle nuvole ma non guardare il muro. Quel muro, noi lo scavalcheremo. Sono prosciugata, il mio corpo vuoto può già sentire di colmarsi d' amore e mentre il cielo si riempie di occhi, noi ci confondiamo gurdandoci perdere. Ma tu non alzare lo sguardo finchè non saremo fuori, finchè gli orologi avranno smesso di girare al contrario. Sii insetto, sii locusta, sii zanzara e vai per la strada da loro segnata senza destare sospetti. In questo nido da cui vuoi scappare non esiste contrario, il dubbio non può penetrare. Lo spiraglio va chiudendosi sotto i tuoi occhi. Eppure noi ci costruiremo una scala fatta di nuvole e notte dopo notte i gradini della nostra fuga saranno più solidi. Quando gli orologi smetteranno di contare al contrario alzeremo la testa e i nostri occhi ci condurrano sotto il muro. Uno spiraglio di luce attraverso gli alberi ci mostrerà quanto piccoli siamo ora. Come le formiche annuseremo la libertà fuori dal nostro nido e perderemo il senso di tutto questo. Il nostro fuggire è come girare al contrario sulle lame del tempo. La notte non è mai stata così lunga. Non girarti. Prendiamoci per mano, saltiamo ogni secondo, smettiamo di girare senza meta. Come due formiche... arrampichiamoci. Guarda su, attraverso le fronde degli alberi puoi sentire il tempo scandirsi esitante e se la notte ti fa paura, allora stringi la mia mano più forte. Da qui noi possiamo vedere le luci della città. 24 Oktober I like you
LEI: -"E se io adesso cominciassi ad urlare? ad urlare così forte...così forte da fermare il tempo?. Mi chiedo, mi stai ascoltando? Dicevo... Il tempo influenza così tanto la nostra vita? Mettiamo il caso che tu ed io, qui, seduti a gambe incrociate su questi cuscini rossi, davanti al tuo televisore, ci accorgessimo, ora, che le nostre parole potrebbero ripetersi uguali all'infinito. Se il tempo non esistesse o se esistesse un infinito, un non- finito, io e te...saremmo ancora qui?....
LEI: -"E' che a volte quello che fai mi porta ad essere diversa con te e quando succede io ho solo voglia di graffiarti. Mi chiedo, come puoi pensare che io voglia abbandonarti quando sento bene quello che dici e pensi di me? Niente di quello che ho mai visto, nessuno delle persone con cui ho parlato, somiglia a te. Se questo è bene o è male...tutto dipende dal mio umore. Ma se gli avvocati, i ricchi, spendono le loro vite a nascondere i loro errori e a spingere le loro facce grasse contro le nostre, so che quando guardano a me e a te l'invidia li fa piangere. E lo so, noi sorridiamo, perchè... pensiamo allo stesso modo. Tu non stai bene con la testa e nemmeno io. E' per questo che, insomma...questo è perché mi piaci. LUI: -"Mentre torno a casa, guidando, guardo spesso le luci oltre il guardrail e mi chiedo come sia possibile, non posso credere che questo mondo stia ancora girando. Dopo tutto quello che è successo. Ma non mi dispiace per tutte le cose che ho fatto. Non mi spiace per tutte le cose che ho detto. Non cerco niente. In fondo sto solo dormendo sotto la linea dell'acqua è vero, e sotto la linea dell'acqua tu prendi e lasci le mie mani. E' tutto un gioco, ma non sono dispiaciuto per tutte le cose che ho fatto e detto. Tu rigetti le mie mani e...il danno è fatto. La donna dei miei sogni, lei forse non sarà mai con me e forse neppure esiste ma sai, c'è spesso un animale selvaggio nelle mia testa e non ne sono dispiaciuto." LEI: -"Sai cosa mi va di fare adesso? lo sai vero? Prendiamo un aereo, andiamo in America! Dove tutto è grande e puoi sentirti così libero, leggero...Tutti parlano di lei, la terra delle opportunità, della libertà. Così dicono no? E a chi importa se il presidente non è mai stato un nero o una donna o un gay...Vorrei poter fare indigestione di hamburger, diventare grassa e pesante. Andiamo a guardare attraverso i suoi occhi, ad ascoltare con le sue orecchie, a sentire con la sua anima, ti prego...Perchè non siamo lì adesso?" LUI: -"Ascolta, c'è un posto per tutti ed è nel sole...di cui ti nutri. Soltanto... tu devi trovarlo. Per quanto mi riguarda io penso di aver trovato il mio, si, credo di averlo trovato. Perciò ti prego, chiudi i tuoi occhi, pensa a qualcosa di fisicamente attraente e...lascia che io ti possa baciare. Ho girato tanto ma non ho trovato un cielo sicuro per me, fino ad ora. Dimmi, mi lascerai piangere sulla tua spalla? Anche se queste cose le hai già vissute, io ti prego, chiudi gli occhi e pensa a qualcosa di fisicamente attraente. Lascia che io ti baci. E quando riaprirai gli occhi e vedrai il mio corpo ricorda che il mi cuore è aperto, per te." Technorati Tag: determinazione,forza,diversità,attrazione,carattere,acqua,discussione,profondità,amore,complementarietà 18 Oktober Giddy stratosphere
C'era un treno alla stazione e stava per partire. Tutto gli faceva pensare che il modo migliore di risolvere la cosa fosse prenderlo ed era lì fermo a riguardare l'orologio, situazione non molto diversa da quella vissuta negli ultimi mesi. "Non girarci intorno, vai solo via" si ripeteva, immaginando la mattina seguente. Una mattina fatta di cose semplici e di poche parole. Di quelle, di parole intendo, se ne erano sprecate oramai. Ne aveva sentite fin troppe uscire dalla bocca della gente. Per il lavoro che faceva, quel ragazzo venticinquenne, si sentiva già stanco. Si sentiva sprecato per tutto. Eppure un lavoro gli serviva. Troppi anni persi all'università, troppo impiegato a cercare di far sorridere sua madre. Intanto continuava a sognare di poter incidere qualcosa di decente e i sogni, si sa, costano molto.
Cambiava gruppo con molta facilità e ad ogni nuovo progetto iniziato il colore dei suoi capelli diventava più scuro o più chiaro a seconda del suo ottimismo. Era il periodo del castano scuro. Un pò forzato sul suo biondo, ma le questioni di look non potevano essere affrontate con lui, soprattutto riguardo ai suoi capelli. Un lungo ciuffo gli copriva di solito metà volto lasciando scoperto un solo occhio, ceruleo, profondo, timido, celato sotto un trucco nero molto forte. Il resto della chioma andava sfoltendosi nelle lunghezze ed era raccolta con buffi ma originali codini annodati con cura alla nuca. Una strana acconciatura, uno strano sguardo, uno strano ragazzo. Cercava qualcosa, qualcosa che non sapeva di volere, qualcosa che preferiva evitare. Eppure cercava e, anche se le sue azioni facevano propendere per il disinteresse, si potevano sentire tutti i suoi bisogni. Era difficile che lo si vedesse camminare con qualcuno. Aveva un passo da ragazzo solitario, le sua gambe quando camminava erano come sospinte da una forza superiore. Era impossibile stargli dietro. Camminava come se sapesse che, pur avendo qualcuno a seguito, questi avrebbe fato qualsiasi cosa per stargli vicino. Forse aveva ragione. Ciò che attirava di lui, oltre la sua apparente strafottenza, credo potesse essere proprio questa estrema sicurezza di poter perdere chiunque senza alcuna paura. C'era qualcosa, qualcosa che non riusciva a controllare nella sua vita, qualcosa che gli faceva male. Questo suo circondarsi di donne poche importanti cominciava a pesargli. Lei era una delle tante, una che non riusciva a riempire i vuoti di un pomeriggio e che forse era in grado di rendere più evidenti i meccanismi di autolesionismo che lui portava dentro. -Non girarci intorno...solo, vai via. Lei non può darti nulla che tu non abbia già. Non osservare la vita da questa palla di vetro essa non fa altro che riflettere ciò che vorresti e non puoi. Smettila di fare il bambino, o se vuoi chiama dai, chiama tua madre e lei ti dirà. In questa stratosfera di eccitazione puoi sentirti davvero libero? Lei si siede accavallando le gambe e beve la sua cioccolata leccandosi le labbra, sembra una donna sicura e attraente, sembra che niente possa scalfirla. Ma ti aspetta ancora e sarà sotto le tue scale ad attendere il tuo ritorno, sempre. Il treno, alla stazione, quella mattina stava per partire. La sua valigia, fatta di cartone e di seta, attendeva ai suoi piedi di essere raccolta. Si sentiva dentro un film, e una stratosfera di emozioni bagnava i suoi vestiti. Il suo cappotto diventava ogni secondo più pesante, sentiva le spalle cedere. Una folla di persone in corsa per assicurarsi la vista dal finestrino lo assaliva e lui, fermo lì, inerme con la valigia ai piedi, guardava avanti con il pensiero fisso verso ciò che era pronto a lasciare. Un' altra donna insignificante l'avrebbe di sicuro inseguito e lui si sarebbe fatto raggiungere dalle sue mani...le avrebbe lasciato cibarsi del suo corpo. Le avrebbe lasciato bagnarsi le labbra del suo sudore. Cosa vede in lei è un mistero, cosa la sua storia dovrebbe insegnargli lui non se lo chiede. Ma adesso si piega e apre la mano a cogliere la sua valigia, si avvicina al treno. Le porte stanno quasi per chiudersi e i gradini sembrano ora così alti. Una scalata imponente, forse troppo. Si voltò. Il treno quella mattina partiva, ma senza di lui. Non girarci intorno, solo... vai via. Prese il cellulare dalla tasca, compose il numero, attese la risposta. "Mamma, mamma dove sei? No, non preoccuparti, non vado da nessuna parte, sto tornando a casa, cosa hai preparato di buono? a dopo" Sulle scale di casa, aspettando per rivederlo, ancora una donna, ancora una cioccolata calda, rassicurante...Niente di nuovo. Ci si conforta nell' immobilità. 14 Oktober He poos cloudsErano seduti l'uno di fronte all'altro, parlavano, forse per riempire il vuoto di quel pomeriggio autunnale. La veranda dava sul vicinato ancora così verde, come se le stagioni lì non fossero una presenza reale. La sua gonna bianca a pieghe lasciava vedere in trasparenza la biancheria, candida. Lui non poteva fare a meno di guardarla. I discorsi che si facevano erano sempre molto interessanti. Spaziavano nella cultura più alta ma non se ne sentiva il peso. Era come parlare dei cambiamenti climatici. Ne parlavano con la stessa leggerezza con cui si osserva la frequenza delle precipitazioni e se ne indicano le conseguenze per il terreno e il raccolto. I ragazzini con le loro biciclette facevano il giro dell'isolato e si chiedevano passando in che lingua i due stessero parlando. Non ci facevano caso, continuavano a discorrere di politica arte e letteratura. Poi lei si fermò e cominciò a fare domande.
-“Credi che io sia importante? pensi davvero che parlare qui con me possa avere una qualche influenza eclatante nella tua vita? Che io possa, voglio dire, porre un segno distintivo?” Lui annuì ma non proferì parola. La osservava. Era entrata in un altro dei suoi soliloqui, a volte ben gestiti, altri meno...inconcludenti. Non voleva nessuna risposta vera, lui lo sapeva. La veranda, sorretta da piccole colonnine bianche, si tingeva di verde. Il cielo non era mai stato così pieno di vaniglia. I loro pensieri si mescolavano, prendevano forma e si depositavano in una di quelle nuvolette molto simili ai dialoghi dei fumetti. -“Spiegami, perchè io dovrei essere diversa? perchè chi mi sta vicino non fa che dire che sono speciale?” Le sue domande erano sincere? Lei lo sapeva e lo sapeva anche lui. Era solo un altro tentativo, piuttosto riuscito, di farsi adulare. Ma il gioco piaceva ad entambi. A lei piaceva essere adulata a lui adularla. Così il pomeriggio scorreva via, seduti a terra, sui gradini di legno della veranda. Lui era alla sua destra e guardava avanti, alla strada. Lei si muoveva, gesticolava, giocava con i suoi bracciali...per ore. -“Allora dimmi dai, chi sono io? Visto che te ne stai lì zitto a guardarmi. Pensi di sapere tutto di me vero? Aiutami a capire, dai...” Si girò a guardarla dritto negli occhi in segno di sfida. Poi prese il ginocchio sinistro nel palmo della mano destra e lo portò al torace, distese i nervi del collo disegnando un semicerchio nell' aria e cominciò: - “Tu sei una donna innanzi tutto, non una ragazza. Vivi qui, ma sei nata da un'altra parte, anzi, in un altro mondo. Sei scrupolosa nel voler conoscere, curiosa, intelligente, autolesionista. Bella. Ami la fantasia nel calcio come nel sesso. Trovi che Zidane sia il più grande dono di Dio all'uomo. Sei calda in ogni cosa che fai, ci metti una passione che è difficile da descrivere e da seguire ma contagia a volte e a volte brucia.” Non si sorprese delle sue parole. Voleva sentirle e sapeva che sarebbero arrivate ma ogni volta che lui provava a guardarle dentro non poteva fare a meno di sentirsi smarrita. Sorrideva e giocava con le ciabattine fingendo indifferenza. Lui sapeva di renderla nervosa e sapeva anche quanto poco amasse che qualcuno la mettesse a nudo. Non era mai accaduto. E, anche per questo, continuò: -Mi capita spesso di credere che tu non sia reale perchè non pensavo potesse essere possibile star vicino ad una donna così e perchè quando ci sei tu, il mondo non m'importa. Ti ricordi quella scena di “Fino all'ultimo respiro”? con Belmondo e la Seberg. Parlano a letto, Belmondo fa smorfie e fuma una sigaretta dopo l'altra. La Sesberg tossisce. Lui tira i mozziconi, alcuni centrano la finestra ed escono, altri invece rimbalzano dentro. Perchè è così, quando c'è lei non importa se “bruci la moquette”. Ora lei sorride guardandolo negli occhi per un attimo. Lui fuma troppo. Ha riempito il posacenere alla sua destra, è pieno di mozziconi. A volte, quando sono vicini, lei fatica a respirare. Tra una sigaretta e l'altra lui non smette di parlarle. -“Sei rabbiosa e dolcissima, vivi di sole e ami la luna. Hai una personalità magnetica che..sembra una frase fatta, ma a volte, le frasi fatte sono fatte per qualcosa. Mi fai stare male ma sei qui e mi ricordi di essere vivo.A volte, lo so, tendi a dimenticarti di esserlo. La pulsione di morte esiste in tutti noi ma in te, come per tutte le pulsioni, essa è amplificata. A guardarti sembri un'opera del Canova, a guardarti da fuori intendo. Ed è lì che tutti si fermano. Ma io che ti conosco bene, e forse sono l'unico, so che in realtà sei un magnifico non finito. E' da questa tensione che viene fuori la tua bellezza e il tuo casino.” Solo lui riesce a zittirla e a farla sorridere come una scema. Di solito le parole non le mancano mai, di solito. Ha smesso di giocherellare. Si tiene la testa tra le mani con i gomiti poggiati alle ginocchia, guarda per terra e si mordicchia le unghia . Fa così quando è turbata. Lui lo sa bene. Un lungo silenzio seguiva le sue ultime parole. Si alzò di scatto lasciandolo a guardare la sua gonna bianca e le pieghe svuotarsi d'aria. Distendeva i muscoli alzandosi leggermete sulle punte e allargando le braccia a formare una V. Un grande respiro con lo sguardo rivolto al cielo di vaniglia. Poi cominciò a mettere un piede dietro l'altro sul bordo della veranda, seguendo un filo immaginario, tenendosi in equilibrio divaricando le braccia. Fischiettava una canzone nota ad entrambi. Lui non si voltò a guardare cosa stesse facendo ma sapeva che avrebbe dissimulato un'evidente emozione facendo di tutto per attirare l'attenzione altrove. Non le diede peso. Si alzò, le prese la mano facendole perdere il suo equilibrio immaginario, la mise a sedere al suo fianco. Lo sguardo più contrariato che lui avesse mai visto, in netto contrasto con la pacatezza dei suoi gesti. Si fissavano con sguardi opposti. Lui con il piglio razionale di chi conosce, lei con l'animo ribelle di chi non vuol capire. La sera tardava ad arrivare, il sole dava ancora fastidio agli occhi, lei si proteggeva gli occhi con la mano, inarcandola sulla fronte per guradarlo meglio negli occhi a fargli meglio comprendere il suo disappunto.Le teneva ancora le mani, senza stringere. Aspettava solo che lei fosse pronta nuovamente ad ascoltare e quando il suo sguardo divenne più docile seppur ancora dissimulatore, la lasciò andare. Poi continuò: - “Sai chi sei tu? Tu sei Sophia. Ti spiego il perchè. Sophia è la conoscenza e decide che Dio non basta a sé, e che lei non può bastare a Dio. Sophia corrompe Dio, nel modo più semplice in cui una donna possa corrompere un uomo. Ma non ha cattive intenzioni. Lei vuole creare il mondo e ruba materia informe a Dio per consegnarla al Demiurgo. Il Demiurgo, piuttosto pasticcione, crea un mondo imperfetto, il nostro. In questo mondo, nato da un inganno sessuale, il demiurgo e Sophia si consumano a vicenda. Ma Sophia decide di scendere tra gli uomini. Dio, poiché innamorato di lei, la lascia andare concedendole di donare la conoscenza agli uomini. Sophia, l'etero femminino, è una creatura strana. E' madre, è moglie e fa paura agli uomini. Ed è così che il mito di Sophia viene scisso tra due figure, quella di Maria Vergine e quella di Maria Maddalena. Ma Sophia è una sola. Sophia è una donna libera, carnale e spirituale allo stesso tempo, santa e puttana fuor di metafora.Gli uomini per la maggior parte ne cercano una sola e non sono in grado di accettare che una donna sia Sophia, sia te.” Era immobile a fissarlo, avrebbe voluto interromperlo, avrebbe voluto schiaffeggiarlo forse ma non ci riuscì. Lui le guardava le gambe, avrebbe voluto tenerla ferma su quelle scale, salirle addosso, sentire il suo sangue pulsare sempre più velocemente, ma non lo fece. Lei si rimise le ciabbatte che aveva lasciato cadere su gradino sottostante, con la mano sinistra si appigliò alla ringhiera e sollevandosi gli rivolse un ultimo sguardo. Si voltò, aprì la porta di legno, il rumore lo inquietò. La porta si richiudeva senza freni alle sue spalle. Sapeva che sarebbe tornata...prima o poi. 12 Oktober Los Angeles, I'm yours
Solo ieri pioveva. Me ne stavo a contemplare le nuvole ammassarsi all'orizzonte, diventare via via più minacciose stringendosi attorno al sole. Seduta sulla mia sedia preferita, quella che usavo da bimba, piccolina forse e anche un pò scomoda ma mia. Lo si capisce dal colore che quella sedia mi è sempre appartenuta. La vernice rossa con cui mi ero appropriata di quell'oggetto ormai è tutta sbiadita, come i ricordi della mia infanzia. La seduta in paglia annodata va cedendo ma ancora è capace di accogliermi. Certo le mie gambe si annodano, si contorcono ma non importa. Cosa importa delle comodità quando si possono avere le emozioni?. Le emozioni si sa, più sono forti, più sono scomode e consumano. Solo ieri me ne stavo a guardare i palazzi, le grondaie, i piccioni, le finestre sbattere, i piedi correre in cerca di un riparo, le teste coperte dai giornali. Sulla mia sedia rossa, in pigiama, a gambe incrociate. Mi piace dondolare sulla mia sedia. Mi è sempre piaciuto. E' facile che io possa cadere, è già accaduto. L'alba si avvicina. Essa mi porta in valli vuote, in deserti sconfinati. Mi accorgo di non essere sorretta da niente e godo per non avere bisogni. Sento forte la precarietà della mia condizione. Il mio pigiama, guardalo, è gonfio di sole. Sono dove gli angeli dormono, sui marciapiedi delle strade dimenticate. Le fogne qui sono colme di lacrime, ne puoi sentire il dolce e amaro sapore sgorgare dai tombini e ribollire fino a riempire le narici. Scalza, scendo lentamente a terra. La maglia del mio pigiama si sgonfia, i pantaloni aderiscono sempre di più alle gambe. Il vento non spinge più i capelli verso l'alto. Essi si posano dolcemente sulle spalle. Respiro profondamente aspettando di sentire il sapore di questa nouva aria. Brucia la gola. Dissolve le ali degli angeli, che qui hanno deciso di morire. Solo ieri eri qui con me e mi tenevi la mano mentre dondolavo, poi mi lasciavi e mi guardavi proseguire nel mio dolce lamento sorridendomi. Sognavo quel deserto dove tu vivi e già sentivo la sabbia accarezzarmi le natiche. Una calamita per il mio cervello , l'odore della cocaina che brucia, qui, insieme, nelle nostre strade abbandonate. In quartieri fatti di sinfonie, di melodie senza senso, io cammino senza sosta riempiendomi di lacrime calde il volto. Ieri le avresti raccolte in piccole bottiglie di vetro soffiato, le avresti colorate con piccole, preziosissime pietre. Ne avresti fatto dei cimeli. Dal sabato alla domenica seguo quella traccia che solo ieri mi ha portata fino a te. Armata di boccette di vetro soffiato raccolgo le lacrime abbandonate sui marciapiedi, sotto i sanpietrini, nelle cunette, sotto le ruote delle macchine parcheggiate distrattamente ai lati delle strade. E quando ogni giorno diventa un nuovo ieri, mi avvolgo nelle tue sciarpe, velo i miei occhi delle tue lenti, vestendomi del tuo profumo. Le televisioni si accendono lungo le strade, trasmettono tutte le stesse immagini. Le mie bottiglie si riempiono più velocemente. In queste nuove vie in cui il cemento è coperto dall'erba, il passato è stato cancellato. Uomini calvi, donne obese, bambini sfigurati, bastoni portati come stendardi, cani ringhiosi. Dove gli angeli hanno dimenticato il proprio nome, su moli lontani e colline deserte rinverdite, lì risiederò. Aspettando che ieri possa essere ancora domani. Technorati Tag: piedi,pioggia,sciarpe,lontananza,mancanca,abbandono,lacrime,america,losangeles,california 07 Oktober Mistaken for strangers
Teneva il suo drink stretto tra le mani, giocava con la cannuccia che intrappolava a tratti tra le labbra. Si reggeva su impalcature di cioccolato e il suo sguardo era fisso al lato destro del palco. Quel locale le sembrava così vuoto ora, ora che la gente quasi la soffocava. Forse per la prima volta aveva davvero guardato negli occhi quelle persone, forse per la prima volta si era accorta del vero colore delle pareti, del loro odore di vecchio e aveva preferito alzare lo sguardo. Si alzava lentamente dalla sedia questa volta, fissava degli occhi percependone la ricerca della vita questa volta. Si allontanava insoddisfatta. Tutto dentro di sé le diceva: "sei pronta per il passo successivo ora, sei pronta..." In lontananza la si poteva vedere correre via. Attraversare il giardino, prendere la strada al contrario e non voltarsi neppure per un respiro.
L'ultima immagine che aveva del locale era quella del caldo di un'estate iniziata troppo presto, di un cancello che si chiudeva e della nostalgia. Tutto questo era svanito, se ne poteva sentire solo il fumo, il rumore. La mancanza di ciò che c'era, la presenza del mai percepito. Non era più casa sua. Così correva e i suoi tacchi nella notte erano l'ultimo eco di quello che aveva lasciato. Ancora il suo sguardo era rivolto verso l'alto. Si domandò se avrebbe potuto liberarsi di tutto quello che era stato, per scrivere qualcosa di nuovo. Sapeva quanto un luogo potesse essere testardo nel voler conservare. Il suo corpo rispose per lei. La strada era deserta e la sua corsa si faceva sempre più rumorosa. Senti il bisogno di liberarsi degli odori, del rumore,del fumo.... I due bottoni del giubetto non stringevano più, esso scivolava sulle spalle lasciandole quasi totalmente nude . Lo lasciò cadere. Si liberò poi delle calze che stringevano ora come allora il suo ventre caldo. Sulla strada cominciava a delinearsi come un disegno ben congeniato una lunga, irregolare via, fatta di stoffe e di sogni. Cominciò a sorridere. Si guardava vivere, si guardava correre. Quando si fu liberata dal bustino, i capelli poterono finalmente accarezzare la schiena provocandole un solletico rassicurante. Gli ultimi indumenti li tirò via con forza, una forza che pensò esserle d'aiuto. La strada si faceva sempre più corta e il ritorno a casa non era più una chiusura. Voleva tornarci ma per farlo aveva bisogno di essere qualcosa di diverso. Gli indumenti di sempre sparsi a caso nella strada attiravano l'attenzione dei pochi passanti. Forse qualcuno si udiva ridere in lontananza ma lei , in quella notte senza luna, poteva solo sentire di essere sola e stranamente vuota. Pensò che la libertà dovesse essere qualcosa di simile, correre nudi, con indosso stivali neri alti. Guardare il cielo buio, sperando che gli angeli non ti stiano a guardare. Casa era vicina, si fermò un attimo, respirò, si voltò indietro a guardare la sua opera...cominciò a piovere. La strada era tutta per lei e vi si mise al centro, come sempre, a braccia aperte. Lo sguardo era rivolto al cielo e alle sue luci nere. I suoi occhi si socchiusero piano e le gocce cominciarono a bagnare le palpebre in un eterno, indimenticabile bacio. La frangetta bagnata stillava gocce più gravi sugli occhi. Attraverso le ciglia esse scivolavano copiose sulle guance, lambivano il mento e cadevano a terra. C'era un ragazzo alla finestra. Guardava incredulo e non poteva staccare gli occhi da quella figura così poco terrena e così carnale. La guardava volteggiare lentamente sotto la pioggia a braccia aperte, come nell'eterna richiesta di un abbraccio. Poi ella si volse a guardarsi i palmi delle mani e di sfuggita incontrò gli occhi del ragazzo. Gli sorrise. Scappò via. Casa era vicina. Gli stivali sostennero la sua corsa fino alla porta. Non servivano più le chiavi. Le aveva ritrovate ormai. La visione del letto fu dolce, vi si buttò avvolgendosi in una coperta densa di ricordi. Questa volta non le avrebbe fatto male. Era cambiata. Ora gli angeli potevano guardarla. Sorpresa! Sorpresa! 04 Oktober Heart it races
Siamo sospettosi rispetto all'inverno ma sempre in modi diversi. Tu ne puoi sentire il famelico richiamo da molto lontano e abbandonare i tuoi lidi assolati per raggiungerlo. Io invece, io, ne posso udire solo l'eco. Ma continuiamo entrambi ad essere sospettosi. Sotto coperte pesanti, fatte di lana, di muschio, umide di terra noi dormiamo. Sotto cieli opposti, dove il giorno e la notte sono invertiti. ll tuo giorno è così caldo, la mia notte così fredda. Eppure, le nostre orecchie ascoltano la stessa melodia. Piano e perentoria essa si leva a cercarti.
Ci incontreremo ancora e sarà inverno. Avrò paura di congelare e le mani mi faranno male. I tuoi piedi saranno veloci, il tuo volto quasi totalmente celato. Le nuvole non ci verranno in aiuto, il cielo sarà sgombro e la luce potrà accecarci. Rischierò di cadere più volte e, forse, il mio sedere batterà sul ghiaccio facendomi piangere. Ma il mio cuore combatterà. Il tuo corpo avvolto in abiti preziosi, il mio in buffe piume. Le tue labbra idratate e riscaldate, le mie arse dal calore della mia luna. Vagherò alla ricerca della pianta del "Fagiolo" magico, mi arrampicherò a mani nude per le sue radici e tu ormai avrai perso la speranza. Ma i tuoi piedi non smetteranno di incalzare e le orme disegneranno un fitto labirinto di pensieri. Poi, quando la temperatura scenderà e tutti lasceranno le strade, arriverò a specchiarmi nella città. Potrò guardare il mio volto deformarvisi dentro. Cercherò un luogo in cui abbandonarmi e tu sarai ancora preso dalla tua fretta di conoscere. Forse il sole ci sfiorerà ancora un attimo con il suo ultimo impietoso raggio e un sorriso, il mio, apparirà chiaro. Ci sarà tanto spazio tra noi e la direzione dei nostri passi sarà opposta. Come sempre. Come hanno deciso per noi. Il mio corpo si sentirà più debole, e il freddo tornerà ancora ad assalirmi. I piedi riusciranno a camminare a fatica. Dentro di me, ancora e sempre più presente, quella melodia...la tua stessa melodia. Siamo sospettosi rispetto all'inverno io e te, ma non ne comprendiamo sempre il motivo. Così voglio rivederti, in uno di quei momenti in cui ti chiedì il perchè del tuo sospetto...e abbassi lo sguardo pensieroso. Il tuo corpo segue una strada stabilita ma dentro, implacabile, una musica assordante ti spinge a buttarti a terra, ad abbandonare gli arti nella neve. Ora puoi quasi sentire se tendi l'orecchio. Lo senti vero? E' la stessa melodia. E una volta i nostri passi erano sincronizzati e le nostre scarpe dei vincoli e le nostre gambe correvano verso casa con la fretta di due amanti che vogliono consumarsi tra le lenzuola. Era inverno anche allora. Ci rivedremo. E sarà di nuovo inverno. I nostri passi s'incroceranno ma faticheranno a trovarsi. Tu guarderai in basso io volgerò gli occhi al cielo sperando di vedere il sole. La musica ci fermerà. Ti sentirai male, troppo freddo, ritmo compulsivo...ti accascerai e vomiterai. Il tuo rigurgito diventerà ghiaccio prima di cadere a terra. Mi girerò incredula. Ti guarderò e comincerò a ridere. Ti tenderò una mano e finalmente solleverai lo sguardo. I miei grandi occhi sorridenti ti faranno capire il perchè del tuo sospetto. In un sorriso la consapevolezza di aver perso il calore di mille estati... 01 Oktober Another trauma
Ballava da sola, ma sola non era. Aveva bevuto troppo e il locale le sembrava più piccolo del solito. La coltre di fumo che la circondava non le permetteva di percepire il suo respiro. Tuttavia continuava a ballare. Amava sentire i suoi passi, il rumore dei tacchi, così femminile, scandire un ritmo mai troppo veloce per le sue anche. La sala era piena, il frastuono di voci incalzava. Lei si prendeva la sua scena occupando mezza pista. Così era ogni volta. Il dj, il suo preferito, metteva un pezzo a suo dire irrinunciabile e lei diventava impaziente. Si guardava attorno mezzo minuto e, senza neppur dover prendere coraggio, vi si buttava. E la gente..la gente guardava. La gente si chiedeva se lei avesse così bisogno di farsi notare, con quelle gonne così piccole, quel seno sempre in mostra i sorrisi larghi e lo sguardo malizioso. Le piaceva essere desiserata, adorava gli sguardi vogliosi degli uomini posarsi sul suo corpo, sempre così caldo ma anche così inaccessibile. Gli uomini le si avvicinavano spesso e lei altrettanto spesso si girava e con l'indice della mano destra mimava un perentorio "n-o".
Allora come adesso, tutto quello che voleva era ballare come faceva spesso...ad occhi chiusi. Sentire la musica fluire attraverso le orecchie, le vie respiratorie e depositarsi nello stomaco. Contenitore infinito di emozioni, di passioni. Ma due occhi insoliti lambivano ora i suoi contorni. Si sentì istintivamente attratta e girandosi era chiaro che erano lì, in procinto di avvicinarsi. Voleva convincerli, con un gesto. Si fermò come era solita nel mezzo della pista. Visibilmente sudata e accaldata, divaricò leggermente le gambe, spinse più giù la gonna aiutandosi con la cintura di cuoio nera, appoggiata sui fianchi. Servendosi della mano destra afferrò lentamente le ciocche di capelli che le cadevano sulla spalla sinistra portandoli lentamente dal lato opposto. Metà del collo, bianco, sinuoso andava adagio svelandosi. Un gesto mortale. Le linee del suo corpo presero nuove forme, se possibile ancora più sensuali. Lui ballava lontano e diceva a se stesso: "non posso fare una cosa del genere, non è nelle mie possibilità" ma lei lo sfidava e ballava sempre con più trasporto ed energia. Era inevitabile. Un uomo intelligente lo avrebbe capito. Andava così allora, volontariamente, nella dolcissima trappola tesa per lui. Quel che pensava lei era contraddittorio, come sempre.Dopo poche parole era già chiaro che quegli occhi potevano vederla come mai nessuno avrebbe potuto. Era solo un altro trauma per lei ma quanto profondo stentava ad intenderlo. A volte quella coltre di fumo si diradava e si poteva vedere a fondo, con il sorriso. Altre volte la nebbia e il buio erano troppo profondi e non ci si trovava. Ma lui sapeva. Una luce c'era e quella no, non si sarebbe spenta mai. Se lo ripeteva di continuo mentre la strada lo riportava a casa. Urlando, sbattendo i pugni sul volante. E la gabbia entro cui si sentiva confinato diventava più stretta. A tratti le sbarre erano così vicine alla bocca da non permettere sorrisi, solo piccole torsioni delle labbra. A tratti il cuscino contro cui premeva il suo corpo sembrava una promessa di un domani, con il sorriso. Così i due immaginavano di poter guardare le barchette di carta galleggiare leggere sul mare, seduti sugli scogli, con le loro nuove magliette indosso. Era solo un altro trauma. 27 September A boy like meSentii come un colpo allo stomaco e pi ci fu silenzio. In casa c'ero solo io, i miei due cani, i miei due gatti...e una grande cucina vuota. Non avevo mai visto il soffitto da questa prospettiva..era bello abbandonarsi, strafatto com'ero. "Guarda! So che puoi vederlo..c'è lo Zio Sam, è venuto qui per me." Mentre le coperte salivano adagio dalle mie caviglie pensai: "Scappo. Ora voglio scappare, voglio liberarmi." Mi trascinai giù e con me portai le lenzuola ancora macchiate del vomito del giorno prima. " "Oggi mi ha preso davvero male" dissi tra me e me. Non riuscivo a camminare e forse strisciavo appena. Non ricordo se fosse sera o no ma la luce mi dava fastidio. "Devo spegnere quella fottuta lampada, dov'è quella puttana quando serve?"
La "puttana" in questione era la mia regazza di allora, una che è meglio perdere sicuramente. Si, sicuro, anche perchè non ricordo neppure il suo nome. L'ho incontrata la sera prima in un pub, credo fosse estate ma...a chi importa? Ricordo solo che avevo un freddo della madonna (io ho sempre freddo) e cercavo rifugio tra le cosce di una sveltina. Allora si avvicina questa, tutta agghindata e profumata come una puttana (da qui il soprannome) e mi fa: "che aria da poeta maledetto che hai". Queste sono le parole standard che le donne usano per dire "voglio infilarti una mano nei pantaloni". La mattina dopo era già fuori a farmi la spesa. Come cazzo avrà fatto a stare in piedi dopo le pere che ci siamo fatti tutta la notte non lo so, fatto sta che ero solo in quella casa di merda e non c'era nessuno a spegnermi quella maledetta luce che mi accecava. Solo? No, solo no. C'era lo Zio Sam con me ma era lontano e dal soffitto non poteva di certo arrivare all'interruttore. "Ok, ora mi alzo, ma quanto cazzo è grande questa camera? non me ne ero mai accorto". Quando la luce fu spenta mi accorsi che si, era notte e che forse avevo dormito per tutto il giorno. Di abiti femminili non ce n'era l'ombra. Il piccolo zoo che mantenevo in quelle quattro mura, si stava rivoltando contro di me. C'era una tale puzza di merda da far rivoltare lo stomaco. Le finestre erano chiuse e il tanfo si era impossessato dei tessuti, solo il mio corpo forse emanava un odore peggiore. Dovevo fare qualcosa, uscire di li. Andai in bagno a vomitare. Il bagno era l'unica cosa semipulita rimasta. Allora ci rimasi. Aprii la finestra, mi tolsi i vestiti, lasciai scorrere l'acqua finchè la temperatura non mi soddisfò. Evitai lo specchio finchè potei ma poi eccola, la mia immagine scheletrica, riflettersi liquida su quel pezzo di vetro davanti a me. Non riuscii a star fermo, mi toccai istintivamente i capelli come a voler prendermi per il culo da solo..."magari con la riga al lato sei più cool, brutto figlio di puttana...". Sputai sul mio riflesso fino a quando le ghiandole salivari non mi facevano male poi capovolsi irritato lo specchio. La vasca da bagno era colma, l'acqua stava per sbordare e quando mi c'infilai il pavimento raccolse tutto il suo riflusso in un' onda che io cercai di rendere più maestosa possibile buttandomici dentro con un salto. Ero soddisfatto. Ci vuole poco per far soddisfare un uomo. Annaspai nell'acqua fino a quando la mia pelle non si fece colma di grinze...fischiettavo come un coglione e stavo bene. Ci vuole poco per far star bene un uomo. Rimessomi in sesto, cominciai a riempire grandi sacchi gialli di spazzatura. Accesi la radio con la speranza che non passassero uno di quei programmi pro qualcosa con la signorina tal dei tali pro qualcos'altro. Fui fortunato. La radio non funzionava. Una volta che quel buco fu più o meno vivibile mi misi l'accappatoio e portai i cani e la spazzatura fuori. C'era ancora la mia macchina parheggiata per fortuna, anche se il vialetto era disseminato di pubblicità e l'erba ormai aveva fatto del passaggio un' intricata sottocoltura da attraversare. Non so quanto tempo rimasi li dentro, non me lo sono mai chiesto prima d'ora. Ho sempre pensato che la cosa importante, quella da ricordare, è quando stai FUORI, perchè finchè sei DENTRO sai che ci sei, è quando esci che non sai se tornerai. Sembravo quasi un essere umano a quel punto. Riportai i cani a casa, presi una birra dal frigo e mi misi sul divano a gambe larghe. Avevo appena preso il telecomando in mano quando suonarono alla porta. Pensai "Beh, se suonano, vuol dire che non è troppo tardi", mi avvicinai alla porta e mentre camminavo suonarono ancora, e poi ancora..."Cazzo, questa va di fretta" dissi, pensando fosse la tipa del pub. Aprii lentamente aspettandomi una sorta di scenata di gelosia a cui ormai ero abituato ma...ne fui stupito. Davanti a me non c'era lei. Il mio sguardo si volse dal basso verso l'alto, incredulo. Il cuoio invecchiato delle sue scarpe allacciate solo a metà, lucide, ben curate. Le caviglie e i polpacci avvolti nel nero dei pantaloni gessati e striminziti. I suoi fianchi stretti incorniciati da una cintura rossa come i suoi capelli. La camicia sbottonata e, quello fu un vero colpo di grazia, un laccio di seta nera che veniva giù dalla camicia bianca, fasciando il collo marmoreo e dipanandosi in una discesa, angosciante, che terminava diritta nei pantaloni. Cazzo, era l'uomo più bello che avessi mai visto. Teneva in mano delle ciambelle alla cannella, le aveva portate per me. Lo feci entrare, e non ne volli mai più uscire. Mi piaceva un ragazzo. Technorati Tag: omosessualità,gay,convivenza,autonomia,droga,alcool,cannella,ciambelle,quotidianeità,vomito,trash,spazzatura 23 September Sad eyes
"Non puoi capire" - disse lei a testa bassa - "le nostre vite sono incompatibili, non è il momento giusto per me, vorrei, ma non posso lasciarmi andare, la ferita è troppo fresca, troppo aperta" Il sole stava per tramontare e con la luce andava via, piano piano, tutto quello che tra loro si era creato in un frastuono di emozioni che faceva male alle orecchie. Due lacrime, solo due, sul volto del ragazzo sigillarono un addio consumato velocemente come il primo bacio, il primo tocco tra i due. "Ieri giravo per la città da sola e mi sentivo libera" - continuò guardandolo adesso negli occhi - "libera di soffrire, perchè è questo quello di cui ora ho bisogno. Non posso ogni giorno far finta che il mio dolore non esista. Non sarebbe giusto per me nè per nessuno." "Devo affrontarlo ma..da sola. Devo guarire ma ho bisogno di leccarmi le ferite in giacigli scomodi e non di avvolgermi nella lana sperando che la dolcezza possa cancellare il vuoto che ho dentro." Mentre lei parlava era tanta la voglia di interromperla e di dirle: "ti prego, provaci. Non lasciare che tutto questo finisca così, come è iniziato. Non sarebbe giusto" ma lui non fiatò. Rimase immobile a pensare e un piccolo, sarcastico sorriso solcava quel volto ambizioso. "I tuoi occhi mi parlano e so che hai solo paura" - fece ad un tratto - "non c'è mai stato nessuno che ti abbia messo tanta paura addosso vero? Tu puoi far affidamento su di me, prendi il mio amore, esso può farti guarire, voglio curarti, ne ho le capacità, lasciami fare." "Non capisci che non voglio l'aiuto di nessuno? - ribbattè allora lei - "sono fatta così, ora per me è il momento di star male e so che ne uscirò ma senza sentirmi addosso la responsabilità di qualcuno che conta su di me. Non sono in grado di assicurare nulla." In un attimo lei ricordò di quando, solo un mese prima, le stesse parole le erano state pronunziate a denti stretti. E ancora, sempre più presente e più doloroso, quegli occhi, quelle lacrime che copiose bagnavano il cuscino al suo fianco. Lei vuole soffrire, lei non vuole star meglio. Lei vuole partire e raggiungere colui che ama...lì dove il sole è sempre alto e caldo. E nella notte, quando ancora l'immagine dei loro piedi incrociati sotto la sabbia le fa visita, lei desidera solo abbandonarsi a quei sorrisi persi nel tempo. Lei non vuole dimenticarli. Non può dimenticare come era avere il suo corpo magro e forte accanto, non può dimenticare com'era dormire sulla sua spalla e sentire il suo odore ridarle ad ogni respiro, nuova vita. Lei non vuole che questo finisca e pensa che se la sua mente riesce a chiudere la porta ad ogni altra emozione quei ricordi rimarranno più vivi e lui non rimarrà solo un sogno durato troppo poco. E nessuno può dirle che tutto ciò è sbagliato. Deve commettere un omicidio, ma è troppo presto. Deve uccidere il segreto che porta nel suo cuore e dovrà farlo prima o poi... "Devo rinunciare a te, devo, perchè non posso che farti del male adesso. Per me non c'è nessun "noi". Io sono di un altro, anche se lui è volato via. Il mio amore è ancora qui e lotta per non essere ucciso." Ormai lui era lontano. Le sue lunghe gambe lo avevano portato velocemente via. Il suo passo risuonava rumoroso, la sua sagoma andava spegnendosi lentamente nel buio di quella notte autunnale. Lei rimase immobile a fissarlo scomparire sentendo il dolore richiamarla a sè in un lungo abbraccio. Solo una piccola luce che svelava il volto della ragazza ei suoi occhi, così...tristi. 20 September Into the waterA braccia conserte seduta sul pavimento, fissando un punto indefinito. I colori sulla tela si sciolgono lentamente mescolandosi in una cascata densa. Il rosso del tramonto si espande nell'azzurro del cielo e le nuvole perdono la loro cremosità tingendosi di viola, un viola inquietante.Non ci sono più pareti che mi possono trattenere e il pavimento si buca colando giù a pezzi. Faccio per alzarmi e le mie mani hanno ora i palmi rivolti alla terra, tutto il mio peso è su di loro. So che le gambe non potrebbero reggermi. Davanti a me, sempre più distante, un cavalletto di legno consunto e scribacchiato. La polvere va posandosi su di esso. Sono in piedi finalmente e, mentre la camera si illumina di una luce innaturale, mi rendo conto che ho bisogno di correre adesso ché no c'è più tempo. Due passi lunghi ed estenuanti ma sono li e posso vederlo...ancora si percepiscono i contorni, ancora si può sentire il profumo delle emozioni che vi ci sono state buttate. Ho paura.
Allungo la mia mano con l'indice teso a voler toccare un punto preciso nel fondo del dipinto. La pelle è secca e tira così forte che le ferite dovute alla corsa si riaprono e delle piccole ma dense gocce di sangue cadono giù a toccare i miei piedi. Nell'impatto esse si allargano e lasciano macchie profonde. Il mio tempo sta per scadere, le mie dita sono arrivate a sfiorare il blu della tela oramai colante. Devo decidere. il legno su cui cammino è fradicio...potrei cadere senza neppure muovermi...è tutto così fragile e davanti a me una via d'uscita che percepisco come unaltro imminente pericolo. I miei occhi focalizzano sull'imagine ed è un attimo. Il mio braccio è ormai immerso, lo vedo scomparire in fondo e mi bagno sempre di più, mi coloro di oceano, ne sento il freddo, ne sento la magnificenza, ne sento la sconfinatezza. Ho ancora paura. Ma non voglio tornare indietro, so cosa devo fare ora. Chiudo gli occhi e , trepidante ed emozionata, immergo la mia testa nel dipinto. Non ho più paura di soffocare. Sento letamente il liquido bagnarmi i capelli, gli occhi e la mia pelle non è mai stata più sensibile. I pori si allargano, le narici si espandono, il battito accellera...Puoi sentirmi. Mi abbandono...nell'acqua. Alle mie spalle ormai il pavimento è crollato e con esso il cavalletto ha ceduto. Il quadro, sostenuto da così poco, cade leggero nel vuoto di uno di quei buchi, forse il più profondo. Ma la mia mente è spenta ormai, posso solo abbandonarmi...e più mi abbandono più l'acqua diventa tiepida e accarezza il mio corpo delicatamente. I colori si percepiscono forti ora e ben definiti. Apro gli occhi, il vento comincia a soffiare e a spingermi verso il sole...mi ci abbandono. Ora non ho più paura di bruciarmi perchè sono nell' acqua. 12 September Paris
La ragazza scivolò giù per le scale di corsa, senza voltarsi un attimo indietro. Non poteva fermarsi ora che le sue gambe avevano cominciato a correre. Di colpo sentì che tutto quello che le serviva era lì e finalmente poteva percepire nelle tasche il tepore del suo corpo trasmetterle beatitudine. Aveva un gran sorriso sul volto e scansava i passanti con fare deciso. Nella mente le risuonava una di quelle canzonette nostalgiche che avevano agitato le sue notti adolescenziali. Il cappotto lungo e tappezzato di spille batteva contro le sue gambe e un rumore sordo poteva udirsi al suo passaggio. La corsa si faceva a tratti più veloce e la città si voltava a guardare la ragazza come si guarda a un imminente pericolo. Quel sorriso, quella risolutezza, avrebbero potuto spaventare chiunque, come le cose rare e preziose destano riluttanza e sgomento agli occhi dei ciechi. Attraversava ponti e sceglieva le strade più strette. Le occupava quasi interamente dall'apertura larga delle braccia che ne seguiva il passo. Era abituata a guardarsi vivere lei, e a notare, con dovizia di particolari, come la sua esistenza era percepita all'esterno. Si fermava un istante e poi ripartiva cambiando leggermente ritmo. Gli stivali, allacciati stretti fino alla caviglia, lasciavano invece respirare i polpacci che, bianchi, contrastavano nettamente con l'ebano della capigliatura. Lacci colorati le cingevano le gambe, sotto il ginocchio, a evidenziarne le linee perfette. Faceva freddo, ma lei non poteva sentirlo. Non voleva sentirlo. Ciò che più amava ora, era il vento che le spostava i capelli sulla faccia e la dolce danza che questi improvvisavano sulle sue gote. Le sue preoccupazioni quella notte avevano lasciato posto alla certezza che tutto si sarebbe risolto. Correndo con la stessa intensità che aveva animato la sua partenza, risalì le scale di quella casa, sbattè la porta d'ingresso. Attraversando un lungo corridoio si specchiò per un attimo dubitando che quel sorriso fosse il suo. Cominciò a spogliarsi, con forza, lasciando ruvidamente scivolare la gonna corta e le mutandine sulla pelle ancora arrossata dal freddo. Si sfilò poi la maglia e il reggiseno a righe, ma questa volta lentamente, per paura di rovinarsi il trucco. Ora era nuda di tutto ma non del cappotto e di quei laccetti colorati annodati a fiocco dietro il ginocchio. Si mise a sedere a gambe larghe appoggiando le candide natiche sulla poltrona di velluto... I ricordi dell'ultimo uomo che l'aveva posseduta ridestarono i suoi sensi per un attimo assopiti. Il dolore cominciò a sciogliersi nelle sue vene e a rimpinguare le piccole sacche al di sotto dell'occhio, di nuova linfa. Faceva freddo si, ma quelle lacrime erano bollenti e le ustioni da esse provocate rendevano il corpo della ragazza ancora più sensuale. Al di là di quella stanza, oltre la finestra che la divideva dal mondo, la neve cominciava la sua scalata sulla terra contemporaneamente al crescere del suo desiderio. I fiocchi, grossi e pesanti, lambivano ora il vialetto alberato e il davanzale della camera in cui la ragazza giaceva, inerme, in balia delle sue emozioni. Abbottonò piano il cappotto asciugandosi le lacrime con le maniche. Ormai del trucco era rimasta solo la scia nera al lato degli occhi mentre il rossetto le andava disegnando una strana legenda sulle guance. Indietreggiò di colpo con la poltrona e si volse in piedi sicura, mostrando alla finistra il suo profilo sinistro, poi si voltò di scatto, e fece per aprire la finestra. Non aveva molta forza nelle braccia ma alla fine ci riuscì. Il vento si liberò in quel momento di tutta la sua furia bagnando completamente il volto della ragazza che rise stupita. Attese un attimo, prese coraggio e scavalcò, poggiando i piedi uno dopo l'altro, sul davanzale. Sotto di lei poteva vedere tutta Bellville e il cimitero di Père Lachaise illuminare fiocamente i dintorni. Era così bello ora, tutto appariva sotto un'altra prospettiva. I bisogni e i desideri lasciarono per un attimo spazio alla pura contemplazione e forse in quell 'istante si rese conto di cosa fosse davvero la bellezza. Non sarebbe potuta essere più bella quella notte innevata, non poteva essere gustata più a fondo di così la vita...così, decise di abbandonarvisi. Mentre cadeva supina da quel palazzo il vento le gonfiava il cappotto e le sue tasche erano finalmente colme. Capii che non si era mai vista vivere come in quel momento e che la consapevolezza di aver vissuto così, anche solo per un istante, era abbstanza. L'ultima immagine che quegli occhi videro fu un cielo di bufera e le luci della città che si riflettevano nelle nuvole. I passanti che assistettero allo spettacolo dichiararono di aver sentito una grossa risata scendere giù con i fiocch di neve dal cielo. Sui vetri di quella finestra c'era il segno di un sorriso tracciato con le dita bagnate di lacrime. 27 Februar KaustosEravamo io e te e un sentiero sconosciuto era di fronte a noi. Sentivo la tua voce lontana, ma forte e dolce al contempo. Mi guidavi dove non sarei potuta essere. La tua mano cingeva la mia , il respiro sembrava rallentare. Era la terra di nessuno e il calore e la morte l'avevano attraversata. Mi guardavi e sorridevi donandomi serenità insperata. Avevo paura e non volevo vedere, ma tu dovevi mostrarmi qualcosa. Tu ed io e intorno una terra desolata, malmessa, che aveva perso tutto ciò che aveva. Ma potevo ancora sentire il suono dei passi, la vita scorrere in quei luoghi ormai abbandonati. La mia mente, la logica, la razionalità mi avevano abbandonata e io seguitavo a cullarmi in te, in quello che stavi per mostrarmi. Persino la luce in quel luogo mi ricordava qualcosa di lontano...era tutto offuscato dai ricordi e dalla sensazione di aver lasciato che il mondo si approfittasse di quei luoghi.
Mi apparì da subito come una landa dormiente e la desolazione era tutto ciò che l'occhio umano potesse percepire. Ma tu hai voluto mostrarmi di più. Quelle piccole case in rovina, i giardini curati, la gioia che ci si respirava dentro...ho potuto cogliere tutto. Sentivo il vociare dei bambini e la fretta con cui la mattina venivano svolti i compiti degli adulti. La gioia delle famiglie riunite, gli odori tipici della campagna, l'apprensione dei genitori, i piccoli rituali giornalieri che accompagnavano la vita di quel luogo. Caminavi lenta , così che io potessi vedere. Ad ogni tuo passo un immagine era pronta ad imporsi dinanzi a me, inerme, impaurita, conscia dell'orrore di cui sarei potuta essere testimone. Guardavo le tue scarpe e mi ricordavano quando da piccola ti guardavo fare le faccende in cucina, ti arrivavo a mala pena alle ginocchia...e le tue scarpe erano ciò che seguivo, le calze arrotolate in fondo, ruvide, come la tua pelle di contadina. Ancora dopo tanto tempo erano loro a guidarmi, i tuoi piedi. Ad un certo punto pensai di non poterti più seguire, tu, il mio Virgilio, in un mondo a me incomprensibile... Terrorizzata, non avrei voluto avanzare ma lungo il cammino mi accorsi che dovevo sapere e per un attimo tornai bambina. Mi sentivo come quando m'infilavo sotto il tavolo per spiarti senza che tu mi vedessi. Eri così grande ed importante per me ed avevo la certezza che tu ci saresti sempre stata nella mia vita. Ogni tanto volgevi il tuo sguardo indietro per assicurarti che non mi fermassi e il tragitto si faceva sempre più chiaro. Un lungo percorso in un campo verde e malinconico. Ad ogni tuo passo vedevo il fango cadere dalle tue scarpe per poi riattaccarvisi, faceva freddo e io potevo sentire le ossa farmi male e le ginocchia scricchiolare. Sul sentiero c'erano segni di passaggio recenti come di ruote di carretti o attrezzi da lavoro, L'aria umida ci ricordava della pioggia che cadeva di frequente e della fretta con cui chi aveva vissuto lì era corso a ripararsi. Sulla strada giravo lo sguardo cercando di capire ma nessuno era in quel luogo. Cominciai a vedere scene di vita quotidiana e la mia attenzione fu rapita da un grande arco di pietra, molto antico,con iscrizioni su entrambi i lati. Ti eri accorta della mia inquietudine ma dovevi andare avanti, così che potessi essere anch'io consapevole. Entrammo in una delle case, ormai completamente vuote. Tutto era stato abbandonato in estrema velocità, i pasti erano ancora sulla tavola, tutto era come pietrificato. Un paio di sandali sdruciti giaceva incustodito vicino alla fornace e tutto attorno c'erano segni di intimità, un'intimità che qualcosa aveva violato. La casa non era molto grande ma accogliente. Si percepiva la vita che vi era posata. In cucina c'erano i segni di un pasto preparato con cura e l'amore per le tradizioni. Mi sentivo triste e cominciai a capire che quelli erano i segni di vite interrotte. I nomi dei bambini incisi sulla pietra di quella cucina così familiare mi portarono indietro ai giorni in cui si rincorrevano intorno al tavolo e giocando crescevano. Mi avevi mostrato tutto questo per farmi sentire come sono simili le esistenze dei bambini di tutto il mondo e subito infatti mi venne in mente la mia infanzia e i miei numerosi cugini. Nessuna differenza tra quei bambini e noi a parte la religione. Ma era stata la religione la causa del loro dover fuggire via? Sentii il bisogno di guardarti negli occhi e quel blu rassicurante campeggiava ancora in te a ricordarmi l'esistenza della bellezza. Volevi spiegarmi ma io avevo già compreso...ti chiedevo ancora perchè fossi li e tu, ancora una volta mi rassicuravi, tenendomi la mano. Me la sfioravi con tenerezza, così che il tuo messaggio potesse giungere direttamente al cuore. Sentivo il bisogno di uscire da quel luogo e allora dischiusi la porta di legno che avevo davanti ma varcata la soglia era tutto diverso, cupo, e il verde di quei campi mi faceva sempre più paura...ora potevo vedere tutto. Gli adulti indaffarati stringere i lacci alle scarpe dei loro bambini in previsione di un lungo cammino, i carretti preparati in gran fretta con lo stretto necessario, il lavoro abbandonato, le case e i luoghi di preghiera seppelliti da un terrore inumano. Vedevo tutto e assistevo alla shoah in prima persona, le immagini mi sovrastavano e potei sentire, per pochi ma intensi istanti, il dolore di un popolo che perde tutto, costretto a fuggire e a sentirsi inadeguato ovunque. Tu mi dicevi di osservare ancora ma io cominciavo a vacillare. Una tua affermazione a sconvolgermi ancora: “qui ora io sto bene”. Non pensai più, cominciai a correre indietro per quella strada che mi aveva portato da te. Ogni mio passo mi allontanava dalla tua vista. La tua sagoma aveva ormai contorni indefiniti, mi guardavi alontanarmi mesta sperando che potessi ancora udire la tua voce. E in quell'istante udì il tuo messaggio chiaro imporsi dentro me: “se segui questo sentiero non potrai temere niente”. 23 Februar Man on the moon
Conosco un uomo, un uomo che non sa di esserlo. Un uomo che rincorre i suoi sogni con disperazione e affanno ma s'inganna che così non sia... Che s'illude di poter vivere di sè ma continua a cercare fuori di sè la risposta ai suoi mali. Niente è abbastanza per lui. Si rintana nella certezza che il mondo faccia schifo perchè non sopporterebbe la luce e lo splendore delle cose belle...ma non è un uomo incapace di riconoscere la bellezza e se ne circonda anche non volendo. L'uomo che conosco io non è uno dei tanti fantocci che vedi camminare sui marciapiedi. Lui si nasconde e non ama essere visto, vive nell'ombra e nel chiarore della luna che si specchia negli occhi di un bambino.
Vive nelle cose semplici e delle cose semplici ama nutrirsi, apprezzandone ogni boccone...come se fosse il primo e l'ultimo insieme. Nei suoi giacigli giacciono assieme lana e seta, non si ferma mai nello stesso luogo...solo il tempo di un sospiro e i vetri della sua mente si appannano come nel tentativo di eludersi. Tra le sue labbra parole urlate nel vuoto. Sulla sua luna i suoni non si propagano, parlare non ha senso. Ascoltare non ha senso. Lo vedo deglutire la vita, cercare di spingerla in profondità. Nel groviglio del suo stomaco si celano apatici e scellerati desideri. “Cercherò di digerirli” sembra dire a sè e si contorce nell'attesa che un altro giorno sia finito e che il sole possa finalmente spegnersi...è troppo vicino alla sua luna. Lo illumina di una luce malsana.
Bisogna trovare rifugio. Pioggia e rumorePioggia e rumore in un pomeriggio di maggio possono volerti suggerire di rimanere a casa, di rinchiuderti nel tuo guscio, scavarti una tana nelle lenzuola e aspettare, per poter ancora udire il ronzio dei passi nelle strade.
Pioggia e rumore in un pomeriggio di maggio possono far scappar via gli uccelli che vedevi sul davanzale, possono distruggere i giochi dei bambini, nei prati.
E se fai attenzione puoi sentirli, ancora lì, seduti a guardare, a sognare, a sperare che per una volta, quella pioggia e quel rumore stiano fermi, ad aspettare. 22 Februar The Sims 2
Chi mi conosce un pò sa che vado matta per un gioco: The Sims. Già la prima versione aveva catturato gran parte dei miei pomeriggi da studentessa liceale. Ora c'è il seguito, The sims 2 a trasportarmi in una vita perallela piena di personaggi strani.
In realtà tendo a riprodurre nel mondo di The Sims il mio mondo. Costruisco quartieri a tema, creo persone somiglianti ai miei genitori, alla mia famiglia, a me stessa e li faccio entrare in contatto tra loro. Il realismo di questo gioco è incredibile. Le persone nascono (somiglianti ai propri genitori) crescono, vanno a scuola, trovano un lavoro, prendono casa e la arredano con il loro soldi e s'innamorano, giocano, scherzano, si odiano, soffrono e muoiono tutto secondo lo stile inconfondibile di Will Wright: il papà dei Sims. The sims non è la prima creatura di Will Wright. Già nel 1989 si affaccia sulla scena dei videogames “Sim City”, grandioso progetto capace di simulare la vita e l'attività di una città. Il videogiocatore è chiamato a vestire i panni di un sindaco che deve occuparsi di bilanciare la produzione, l'occupazione, l'inquinamento, l'energia, la vivibilità di una città “viva”. Più tardi dal cilindro di Will Wright usciranno capolavori come “Sim Earth, Sim Ant, Sim Copter, Sim Tower, Sin Hospital” ma è la nascita della popolazione Sims a sbancare sulla scena mondiale. La prima versione di The Sims risulta essere il gioco più venduto al mondo: un record senza precedenti. La Maxis, la casa produttrice del gioco è acquistata nel 1997 dalla Electronic Arts e il resto è storia recente. L'ultima versione di Sim City è la numero 4 e nel mondo di The Sims nel 2004 esce la nuova versione, quella a cui tuttora non posso fare a meno di giocare. The Sims 2 è un gioco che si rinnova continuamente grazie all'opportunità offerta dal sistema di downolads per cui, avendo a disposizione la rete, ci si può collegare direttamente dall'interno del gioco al sito della EA games e scaricare skin e qualsiasi tipo di oggetto utilizzabile nel gioco fino a lotti completi e ammobiliati. Ma il collegamento diretto al sito non è l'unico modo di espandere il divertimento dei Sims, infatti basta digitare su un motore di ricerca qualsiasi “the sims 2 downloads” per essere catapultati in un mondo di siti internet curati da fans di tutto il mondo (particolarmente interessanti sono quelli giapponesi) in cui fare shopping a più non posso (hd permettendo) per i vostri amici virtuali. Detto questo vi consiglio naturalmente di averlo. Fatevelo prestare, guardatelo, cercatelo, compratelo, ne vale la pena. Mi rivolgo soprattutto alle ragazze: questo è un gioco per noi. Finalmente avremo l'opportunità di comandare, gestire, vestire e “ripulire” la vita degli uomini e, dato che non ce lo permettono nella vita reale, sbizzarritevi in quella virtuale. Non sarà la stessa cosa ma da soddisfazione!!! :)))
Buon divertimento a tutti. |
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