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9月27日 A boy like meSentii come un colpo allo stomaco e pi ci fu silenzio. In casa c'ero solo io, i miei due cani, i miei due gatti...e una grande cucina vuota. Non avevo mai visto il soffitto da questa prospettiva..era bello abbandonarsi, strafatto com'ero. "Guarda! So che puoi vederlo..c'è lo Zio Sam, è venuto qui per me." Mentre le coperte salivano adagio dalle mie caviglie pensai: "Scappo. Ora voglio scappare, voglio liberarmi." Mi trascinai giù e con me portai le lenzuola ancora macchiate del vomito del giorno prima. " "Oggi mi ha preso davvero male" dissi tra me e me. Non riuscivo a camminare e forse strisciavo appena. Non ricordo se fosse sera o no ma la luce mi dava fastidio. "Devo spegnere quella fottuta lampada, dov'è quella puttana quando serve?"
La "puttana" in questione era la mia regazza di allora, una che è meglio perdere sicuramente. Si, sicuro, anche perchè non ricordo neppure il suo nome. L'ho incontrata la sera prima in un pub, credo fosse estate ma...a chi importa? Ricordo solo che avevo un freddo della madonna (io ho sempre freddo) e cercavo rifugio tra le cosce di una sveltina. Allora si avvicina questa, tutta agghindata e profumata come una puttana (da qui il soprannome) e mi fa: "che aria da poeta maledetto che hai". Queste sono le parole standard che le donne usano per dire "voglio infilarti una mano nei pantaloni". La mattina dopo era già fuori a farmi la spesa. Come cazzo avrà fatto a stare in piedi dopo le pere che ci siamo fatti tutta la notte non lo so, fatto sta che ero solo in quella casa di merda e non c'era nessuno a spegnermi quella maledetta luce che mi accecava. Solo? No, solo no. C'era lo Zio Sam con me ma era lontano e dal soffitto non poteva di certo arrivare all'interruttore. "Ok, ora mi alzo, ma quanto cazzo è grande questa camera? non me ne ero mai accorto". Quando la luce fu spenta mi accorsi che si, era notte e che forse avevo dormito per tutto il giorno. Di abiti femminili non ce n'era l'ombra. Il piccolo zoo che mantenevo in quelle quattro mura, si stava rivoltando contro di me. C'era una tale puzza di merda da far rivoltare lo stomaco. Le finestre erano chiuse e il tanfo si era impossessato dei tessuti, solo il mio corpo forse emanava un odore peggiore. Dovevo fare qualcosa, uscire di li. Andai in bagno a vomitare. Il bagno era l'unica cosa semipulita rimasta. Allora ci rimasi. Aprii la finestra, mi tolsi i vestiti, lasciai scorrere l'acqua finchè la temperatura non mi soddisfò. Evitai lo specchio finchè potei ma poi eccola, la mia immagine scheletrica, riflettersi liquida su quel pezzo di vetro davanti a me. Non riuscii a star fermo, mi toccai istintivamente i capelli come a voler prendermi per il culo da solo..."magari con la riga al lato sei più cool, brutto figlio di puttana...". Sputai sul mio riflesso fino a quando le ghiandole salivari non mi facevano male poi capovolsi irritato lo specchio. La vasca da bagno era colma, l'acqua stava per sbordare e quando mi c'infilai il pavimento raccolse tutto il suo riflusso in un' onda che io cercai di rendere più maestosa possibile buttandomici dentro con un salto. Ero soddisfatto. Ci vuole poco per far soddisfare un uomo. Annaspai nell'acqua fino a quando la mia pelle non si fece colma di grinze...fischiettavo come un coglione e stavo bene. Ci vuole poco per far star bene un uomo. Rimessomi in sesto, cominciai a riempire grandi sacchi gialli di spazzatura. Accesi la radio con la speranza che non passassero uno di quei programmi pro qualcosa con la signorina tal dei tali pro qualcos'altro. Fui fortunato. La radio non funzionava. Una volta che quel buco fu più o meno vivibile mi misi l'accappatoio e portai i cani e la spazzatura fuori. C'era ancora la mia macchina parheggiata per fortuna, anche se il vialetto era disseminato di pubblicità e l'erba ormai aveva fatto del passaggio un' intricata sottocoltura da attraversare. Non so quanto tempo rimasi li dentro, non me lo sono mai chiesto prima d'ora. Ho sempre pensato che la cosa importante, quella da ricordare, è quando stai FUORI, perchè finchè sei DENTRO sai che ci sei, è quando esci che non sai se tornerai. Sembravo quasi un essere umano a quel punto. Riportai i cani a casa, presi una birra dal frigo e mi misi sul divano a gambe larghe. Avevo appena preso il telecomando in mano quando suonarono alla porta. Pensai "Beh, se suonano, vuol dire che non è troppo tardi", mi avvicinai alla porta e mentre camminavo suonarono ancora, e poi ancora..."Cazzo, questa va di fretta" dissi, pensando fosse la tipa del pub. Aprii lentamente aspettandomi una sorta di scenata di gelosia a cui ormai ero abituato ma...ne fui stupito. Davanti a me non c'era lei. Il mio sguardo si volse dal basso verso l'alto, incredulo. Il cuoio invecchiato delle sue scarpe allacciate solo a metà, lucide, ben curate. Le caviglie e i polpacci avvolti nel nero dei pantaloni gessati e striminziti. I suoi fianchi stretti incorniciati da una cintura rossa come i suoi capelli. La camicia sbottonata e, quello fu un vero colpo di grazia, un laccio di seta nera che veniva giù dalla camicia bianca, fasciando il collo marmoreo e dipanandosi in una discesa, angosciante, che terminava diritta nei pantaloni. Cazzo, era l'uomo più bello che avessi mai visto. Teneva in mano delle ciambelle alla cannella, le aveva portate per me. Lo feci entrare, e non ne volli mai più uscire. Mi piaceva un ragazzo. Technorati Tag: omosessualità,gay,convivenza,autonomia,droga,alcool,cannella,ciambelle,quotidianeità,vomito,trash,spazzatura 9月23日 Sad eyes
"Non puoi capire" - disse lei a testa bassa - "le nostre vite sono incompatibili, non è il momento giusto per me, vorrei, ma non posso lasciarmi andare, la ferita è troppo fresca, troppo aperta" Il sole stava per tramontare e con la luce andava via, piano piano, tutto quello che tra loro si era creato in un frastuono di emozioni che faceva male alle orecchie. Due lacrime, solo due, sul volto del ragazzo sigillarono un addio consumato velocemente come il primo bacio, il primo tocco tra i due. "Ieri giravo per la città da sola e mi sentivo libera" - continuò guardandolo adesso negli occhi - "libera di soffrire, perchè è questo quello di cui ora ho bisogno. Non posso ogni giorno far finta che il mio dolore non esista. Non sarebbe giusto per me nè per nessuno." "Devo affrontarlo ma..da sola. Devo guarire ma ho bisogno di leccarmi le ferite in giacigli scomodi e non di avvolgermi nella lana sperando che la dolcezza possa cancellare il vuoto che ho dentro." Mentre lei parlava era tanta la voglia di interromperla e di dirle: "ti prego, provaci. Non lasciare che tutto questo finisca così, come è iniziato. Non sarebbe giusto" ma lui non fiatò. Rimase immobile a pensare e un piccolo, sarcastico sorriso solcava quel volto ambizioso. "I tuoi occhi mi parlano e so che hai solo paura" - fece ad un tratto - "non c'è mai stato nessuno che ti abbia messo tanta paura addosso vero? Tu puoi far affidamento su di me, prendi il mio amore, esso può farti guarire, voglio curarti, ne ho le capacità, lasciami fare." "Non capisci che non voglio l'aiuto di nessuno? - ribbattè allora lei - "sono fatta così, ora per me è il momento di star male e so che ne uscirò ma senza sentirmi addosso la responsabilità di qualcuno che conta su di me. Non sono in grado di assicurare nulla." In un attimo lei ricordò di quando, solo un mese prima, le stesse parole le erano state pronunziate a denti stretti. E ancora, sempre più presente e più doloroso, quegli occhi, quelle lacrime che copiose bagnavano il cuscino al suo fianco. Lei vuole soffrire, lei non vuole star meglio. Lei vuole partire e raggiungere colui che ama...lì dove il sole è sempre alto e caldo. E nella notte, quando ancora l'immagine dei loro piedi incrociati sotto la sabbia le fa visita, lei desidera solo abbandonarsi a quei sorrisi persi nel tempo. Lei non vuole dimenticarli. Non può dimenticare come era avere il suo corpo magro e forte accanto, non può dimenticare com'era dormire sulla sua spalla e sentire il suo odore ridarle ad ogni respiro, nuova vita. Lei non vuole che questo finisca e pensa che se la sua mente riesce a chiudere la porta ad ogni altra emozione quei ricordi rimarranno più vivi e lui non rimarrà solo un sogno durato troppo poco. E nessuno può dirle che tutto ciò è sbagliato. Deve commettere un omicidio, ma è troppo presto. Deve uccidere il segreto che porta nel suo cuore e dovrà farlo prima o poi... "Devo rinunciare a te, devo, perchè non posso che farti del male adesso. Per me non c'è nessun "noi". Io sono di un altro, anche se lui è volato via. Il mio amore è ancora qui e lotta per non essere ucciso." Ormai lui era lontano. Le sue lunghe gambe lo avevano portato velocemente via. Il suo passo risuonava rumoroso, la sua sagoma andava spegnendosi lentamente nel buio di quella notte autunnale. Lei rimase immobile a fissarlo scomparire sentendo il dolore richiamarla a sè in un lungo abbraccio. Solo una piccola luce che svelava il volto della ragazza ei suoi occhi, così...tristi. 9月20日 Into the waterA braccia conserte seduta sul pavimento, fissando un punto indefinito. I colori sulla tela si sciolgono lentamente mescolandosi in una cascata densa. Il rosso del tramonto si espande nell'azzurro del cielo e le nuvole perdono la loro cremosità tingendosi di viola, un viola inquietante.Non ci sono più pareti che mi possono trattenere e il pavimento si buca colando giù a pezzi. Faccio per alzarmi e le mie mani hanno ora i palmi rivolti alla terra, tutto il mio peso è su di loro. So che le gambe non potrebbero reggermi. Davanti a me, sempre più distante, un cavalletto di legno consunto e scribacchiato. La polvere va posandosi su di esso. Sono in piedi finalmente e, mentre la camera si illumina di una luce innaturale, mi rendo conto che ho bisogno di correre adesso ché no c'è più tempo. Due passi lunghi ed estenuanti ma sono li e posso vederlo...ancora si percepiscono i contorni, ancora si può sentire il profumo delle emozioni che vi ci sono state buttate. Ho paura.
Allungo la mia mano con l'indice teso a voler toccare un punto preciso nel fondo del dipinto. La pelle è secca e tira così forte che le ferite dovute alla corsa si riaprono e delle piccole ma dense gocce di sangue cadono giù a toccare i miei piedi. Nell'impatto esse si allargano e lasciano macchie profonde. Il mio tempo sta per scadere, le mie dita sono arrivate a sfiorare il blu della tela oramai colante. Devo decidere. il legno su cui cammino è fradicio...potrei cadere senza neppure muovermi...è tutto così fragile e davanti a me una via d'uscita che percepisco come unaltro imminente pericolo. I miei occhi focalizzano sull'imagine ed è un attimo. Il mio braccio è ormai immerso, lo vedo scomparire in fondo e mi bagno sempre di più, mi coloro di oceano, ne sento il freddo, ne sento la magnificenza, ne sento la sconfinatezza. Ho ancora paura. Ma non voglio tornare indietro, so cosa devo fare ora. Chiudo gli occhi e , trepidante ed emozionata, immergo la mia testa nel dipinto. Non ho più paura di soffocare. Sento letamente il liquido bagnarmi i capelli, gli occhi e la mia pelle non è mai stata più sensibile. I pori si allargano, le narici si espandono, il battito accellera...Puoi sentirmi. Mi abbandono...nell'acqua. Alle mie spalle ormai il pavimento è crollato e con esso il cavalletto ha ceduto. Il quadro, sostenuto da così poco, cade leggero nel vuoto di uno di quei buchi, forse il più profondo. Ma la mia mente è spenta ormai, posso solo abbandonarmi...e più mi abbandono più l'acqua diventa tiepida e accarezza il mio corpo delicatamente. I colori si percepiscono forti ora e ben definiti. Apro gli occhi, il vento comincia a soffiare e a spingermi verso il sole...mi ci abbandono. Ora non ho più paura di bruciarmi perchè sono nell' acqua. 9月12日 Paris
La ragazza scivolò giù per le scale di corsa, senza voltarsi un attimo indietro. Non poteva fermarsi ora che le sue gambe avevano cominciato a correre. Di colpo sentì che tutto quello che le serviva era lì e finalmente poteva percepire nelle tasche il tepore del suo corpo trasmetterle beatitudine. Aveva un gran sorriso sul volto e scansava i passanti con fare deciso. Nella mente le risuonava una di quelle canzonette nostalgiche che avevano agitato le sue notti adolescenziali. Il cappotto lungo e tappezzato di spille batteva contro le sue gambe e un rumore sordo poteva udirsi al suo passaggio. La corsa si faceva a tratti più veloce e la città si voltava a guardare la ragazza come si guarda a un imminente pericolo. Quel sorriso, quella risolutezza, avrebbero potuto spaventare chiunque, come le cose rare e preziose destano riluttanza e sgomento agli occhi dei ciechi. Attraversava ponti e sceglieva le strade più strette. Le occupava quasi interamente dall'apertura larga delle braccia che ne seguiva il passo. Era abituata a guardarsi vivere lei, e a notare, con dovizia di particolari, come la sua esistenza era percepita all'esterno. Si fermava un istante e poi ripartiva cambiando leggermente ritmo. Gli stivali, allacciati stretti fino alla caviglia, lasciavano invece respirare i polpacci che, bianchi, contrastavano nettamente con l'ebano della capigliatura. Lacci colorati le cingevano le gambe, sotto il ginocchio, a evidenziarne le linee perfette. Faceva freddo, ma lei non poteva sentirlo. Non voleva sentirlo. Ciò che più amava ora, era il vento che le spostava i capelli sulla faccia e la dolce danza che questi improvvisavano sulle sue gote. Le sue preoccupazioni quella notte avevano lasciato posto alla certezza che tutto si sarebbe risolto. Correndo con la stessa intensità che aveva animato la sua partenza, risalì le scale di quella casa, sbattè la porta d'ingresso. Attraversando un lungo corridoio si specchiò per un attimo dubitando che quel sorriso fosse il suo. Cominciò a spogliarsi, con forza, lasciando ruvidamente scivolare la gonna corta e le mutandine sulla pelle ancora arrossata dal freddo. Si sfilò poi la maglia e il reggiseno a righe, ma questa volta lentamente, per paura di rovinarsi il trucco. Ora era nuda di tutto ma non del cappotto e di quei laccetti colorati annodati a fiocco dietro il ginocchio. Si mise a sedere a gambe larghe appoggiando le candide natiche sulla poltrona di velluto... I ricordi dell'ultimo uomo che l'aveva posseduta ridestarono i suoi sensi per un attimo assopiti. Il dolore cominciò a sciogliersi nelle sue vene e a rimpinguare le piccole sacche al di sotto dell'occhio, di nuova linfa. Faceva freddo si, ma quelle lacrime erano bollenti e le ustioni da esse provocate rendevano il corpo della ragazza ancora più sensuale. Al di là di quella stanza, oltre la finestra che la divideva dal mondo, la neve cominciava la sua scalata sulla terra contemporaneamente al crescere del suo desiderio. I fiocchi, grossi e pesanti, lambivano ora il vialetto alberato e il davanzale della camera in cui la ragazza giaceva, inerme, in balia delle sue emozioni. Abbottonò piano il cappotto asciugandosi le lacrime con le maniche. Ormai del trucco era rimasta solo la scia nera al lato degli occhi mentre il rossetto le andava disegnando una strana legenda sulle guance. Indietreggiò di colpo con la poltrona e si volse in piedi sicura, mostrando alla finistra il suo profilo sinistro, poi si voltò di scatto, e fece per aprire la finestra. Non aveva molta forza nelle braccia ma alla fine ci riuscì. Il vento si liberò in quel momento di tutta la sua furia bagnando completamente il volto della ragazza che rise stupita. Attese un attimo, prese coraggio e scavalcò, poggiando i piedi uno dopo l'altro, sul davanzale. Sotto di lei poteva vedere tutta Bellville e il cimitero di Père Lachaise illuminare fiocamente i dintorni. Era così bello ora, tutto appariva sotto un'altra prospettiva. I bisogni e i desideri lasciarono per un attimo spazio alla pura contemplazione e forse in quell 'istante si rese conto di cosa fosse davvero la bellezza. Non sarebbe potuta essere più bella quella notte innevata, non poteva essere gustata più a fondo di così la vita...così, decise di abbandonarvisi. Mentre cadeva supina da quel palazzo il vento le gonfiava il cappotto e le sue tasche erano finalmente colme. Capii che non si era mai vista vivere come in quel momento e che la consapevolezza di aver vissuto così, anche solo per un istante, era abbstanza. L'ultima immagine che quegli occhi videro fu un cielo di bufera e le luci della città che si riflettevano nelle nuvole. I passanti che assistettero allo spettacolo dichiararono di aver sentito una grossa risata scendere giù con i fiocch di neve dal cielo. Sui vetri di quella finestra c'era il segno di un sorriso tracciato con le dita bagnate di lacrime. |
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