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6月26日 She doesn't belong to me
Da qualche giorno Giulia non è più la stessa. Non riesce a dormire, si sente confusa, trattenuta, colpita da un’invisibile malattia. Che sia la solita sindrome premestruale? No, lei non ci crede, lei pensa sia altro. Da qualche giorno le lenzuola sembrano più leggere, non suda più del solito, eppure il caldo è insopportabile. Si sveglia di soprassalto, sono i rumori a svegliarla, non le fanno chiudere occhio. Pensa che sia assordante. Assenza forse. Assenza si, ma di cosa? Di chi? Giulia è una donna ormai. Mah si, saranno solo le mestruazioni, è inutile preoccuparsene, presto passerà.
Allora che fare? Dormire. “Bene, è questo che farò” si dice, “dormirò tutto il giorno, e con le cuffie nelle orecchie, così che i rumori possano essere trattenuti, così che il mio sudore possa farsi stupida melodia informe e che nessuno possa udirla”. Il pomeriggio alle porte, Giulia si apre nuovamente alla vita. Il cuscino è ancora infettato del suo profumo e benché abbia studiato una strategia, quel letto è ancora sporco del sudore delle notti precedenti, dei mesi. Cosa le è accaduto? E’ così giovane e, lo dicono gli altri, radiosa, candida nelle sue manifestazioni. Oggi ha un vestito verde, le costringe il rigoglioso seno. Le linee fiammeggiano fino al ventre caldo, di donna. Non si può fare a meno di guardarla, molti se ne innamorano. Più probabilmente faticano a non desiderarla, fisicamente. E’ bello che si possa giocare con lei, è bello farsene trascinare fino a perdersi. Giulia è una candela sempre accesa, una candela mangia-tutto. Oggi fa fatica e si immagina davanti alla Rocca ad acchiappare le lucciole. Le fanno schifo gli insetti ma le lucciole no, le ricordano la sua infanzia, le ricordano un cugino lontano, cicatrici che s’infettano e il grano dei campi in cui amava correre. Tutto le sembrava così degno d’entusiasmo, proprio tutto. Poi Giulia s’accende ed è come quando il palco s’illumina, gli spot fanno “poth” e il pubblico si zittisce. Corre in bagno, lo specchio le si para davanti minaccioso. Piega la testa nella vasca, l’acqua scorre. Il profumo dei saponi sciolti, l'acqua è gelata e Giulia intona il solito motivetto. La voglia, il coraggio, la tenerezza di un abbraccio che non può far male. Il collo e le spalle bagnate, la maglietta fresca e trasparente e i suoi seni, ancora più rigogliosi, si muovono a ritmo. Costruiscono impalcature vergini. Lo fa spesso quando è sola, gioca a interpretare se stessa. Fa le smorfie ad una camera invisibile. E’ lì solo per lei. Ora è un cane impazzito, appena uscito dall’acqua. E’ un attimo, si affaccia, ma solo a metà, a prendere in giro lo specchio e si ritrae emettendo un suono infantile. La massa di capelli lunghi, bagnati, le copre tre quarti di volto. Saettante si ripiega su se stessa. Tocca le ginocchia con la fronte poi scoppia: un fragore di urletti, scuotimenti, gocce panciute attraversa trasversalmente lo spazio, s’impianta nelle fughe delle mattonelle, sui vetri, sulle ceramiche. Ogni oggetto le appartiene. Ogni, piccolo o grande oggetto che sia, è pregno di giulitudine. Giulia è una donna-cane, un terranova. E’ ora di andare via: la strada consuma i pensieri, è bello sentire penetrare il sole nelle narici. Parcheggiata la bici, è pronta: la ricerca inizia. Quanta gente pigra, all’ombra, quanta gente rivolta ai lati sbagliati del cielo. Fino a che, eccolo: un uomo di mezza età, quarant’anni, seduto sui gradini della cattedrale di questa antica città. Canottiera bianca fuori moda, pantaloni scuri stretti in vita da una cinta consumata. Si siede vicino a lui, ha voglia di fumare una sigaretta e di vedere attraverso lo stesso campo visivo. I suoi panni sono troppo stretti per lei ma sa di poterne ricavare del buono. La solitudine va combattuta a volte, altre va incoraggiata, per adesso preferisce guardarci dentro, coglierne le sfumature. Le natiche poggiano saldamente sul granito, la schiena, senza appoggio, comincia a far male. Non se ne preoccupa. Concentrata su di lui, senza preavviso, è tutta proiettata in avanti a guardarlo. Fa caldo. Il sole, alle spalle, surriscalda i pensieri. Affonda una mano nella borsa a cercare il refrigerio di una bottiglia appena tolta dal freezer pensando: “Ah, il sollievo che può dare la certezza di non doverne fare a meno. Ah, la frescura dei pensieri immuni alla vita. Dormirei qui, accanto al mio uomo in canottiera, con la mano sulla mia bottiglia di plastica riciclata“. La trasmissione, sullo schermo gigante da poco montato, inizia troppo presto. La luce proietta linee bianche, sembrano dire qualcosa. La piazza si riempie. Uomini appaiono ovunque, prendono posto con le loro bibite, sorridono, si sentono parte di qualcosa. Quel qualcosa da cui l’uomo seduto al fianco di Giulia si sente escluso. Rimangono accese solo le luci della città antica, le altre si perdono, illuminano ossa e pietre bianche. Le ruote di un passeggino ricoperto di blu. L’uomo si volta, i capelli, appiccicati a quello che rimane del suo giovane volto, si muovono per un attimo ma sono solo piccoli ciuffi, non ne modificano la capigliatura. Le casse prendono vita. Giulia estrae un taccuino rosa dalla borsa e segna in nero, sottolineandolo: “Gli uomini amano la musica come amano le donne, non comprendendo se non in minima parte cosa c’è sotto. Sono curiosi, si dimenano tra calcestruzzo e sogni per poter vedere sotto la gonna delle statue. Sono affascinati dal sole, se ne circondano, si amano sotto il sole e, nella notte, sono fieri della sua scomparsa, come se fossero loro i responsabili”. Così le sembra l’uomo che le siede di fianco, le ricorda la totalità, tutto qui. Con un pennarello rosso disegna un bambino che sembra tendere un arco, un arco senza frecce. Un bambino senza ali e sotto scrive, come se si rivolgesse a qualcuno: “Oggi balli qui, su questi gradini perché pensi di aver conquistato la serenità e ti senti forte di saper andar contro quello che senti. Ti apprezzo anch‘io. Amo chi dimentica, amo chi sputa su tutto il resto. Tu sei quello che fai e produrre ti fa sentire un guscio semi pieno. Non stai solo a galla adesso, veleggi pieno. Siedi a guardare il mondo con occhi di sole. A volte la solitudine andrebbe incoraggiata”. Giulia chiude feroce il blocco, ripone violentemente la penna, prende una sigaretta, la fuma come se non l’avesse mai fatto, tossisce. A metà la butta via. L’uomo ha conquistato metri e ora siede nell’angolo all’estrema destra. Giulia si avvicina minacciosa, deve dirglielo, ne sente un urgenza pari ad un bisogno primario. “Salve, lei è un barbone, lo so. Sa una cosa? Lo sono anch’io. Si, mi vede così, profumata, pulita ma sa, questo non ci divide, neppure nell’involucro. Possiamo sedere sullo stesso gradino, mangiare le stesse cose, fumare pure e respirare la stessa infruttuosa aria. Io però, questo devo dirglielo, penso di avere un sospetto. Le spiego, il mio sospetto riguarda le parole, parole di cui se si vuole ci si può presto dimenticare. Lei che dice? Lo facciamo? Su, dimentichiamocene. Lei magari si sentirà libero, aperto, disponibile. Magari ci si troverà un letto su cui dormire, che ne pensa? Non stia così impalato, bisogna che ce ne dimentichiamo sa?” L’uomo si muove lentamente, cercando una leva, la trova. E’ il suo bastone, un amico fedele, un amico che non abbandona, un amico insomma. Si alza piano e l’aria è un appoggio comodo, lo ripara da quello sguardo inquisitorio. Giulia è ferma nell’attesa. Non è poi così vecchio, non è poi così pesante ma quelle domande lo sono. E’ in piedi, il bastone affonda sul gradino sottostante, le mani ben salde sul pomello. Sullo stesso gradino siede la ragazza, ha le ginocchia al petto in segno di chiusura ma la testa tutta rivolta all’indietro ad alimentare speranze. Lui la guarda dall’alto, sembra un gigante adesso. Non emette fiato, per pochi secondi la fissa. Mette la mano libera vicino all’orecchio, Giulia pensa stia per scuotersi la testa. Un gesto per segnalare la diversità, un gesto. Non aveva udito niente, non poteva parlare. Le volta le spalle e si avvia verso il corso, alla luce delle anime che dimenticano. Anche Giulia ha deciso di dimenticare, si è detta: “meglio così”. Sapeva di sbagliare.
It's so cold this morning my breath comes out like steam Technorati Tag: rabbia,paura,solitudine,piazza,città,proiezioni,barbone,cecità,incomunicabilità,scrittura,errori,realtà,attesa,mancanza,rassegnazione 6月21日 Lie to meGiugno, un pomeriggio molto caldo. Una camera da letto in disordine. Le immagini di un uomo e di una donna si perdono nel fumo di due sigarette. Michael è seduto su un divano e guarda a terra. E' imbarazzato, fatica a essere lì, vorrebbe scappare. Sophie è dolce, conciliante. I suoi occhi sono grandi, malinconici, irresistibili. Lui evita di guardarla. Michael: - “Non ce la faccio più, non ho più nessuna energia da impiegare in questa storia. Voglio stare solo. Lo so, è un discorso egoistico, eppure è così. Mi dispiace. Sophie: - “Di cosa ti dispiace? (Sfiora gentilmente la mano di Michael, lui resta immobile. E' deciso a non cedere.) Non devi. Io voglio solo che tu sia felice e sai, non so se lo ricordi, ma lo sapevo sin dall'inizio che non sarebbe andata . (Sorridente, radiosa)Tu eri così cocciuto...così adorabilmente testardo, forte delle tue convinzioni. Alla fine ho finito per crederci ma l'ho sempre saputo... Michael: - (Infastidito) “Non ho la forza di parlarne ora, non ho voglia di sentire più niente, (la guarda adesso, e a lungo...) più niente per te, più niente per nessuno.” Sophie: - (Sicura di sé)“Hai tutto il diritto di fare marcia indietro ma sappi che era così quando ci siamo conosciuti, tu eri chiuso nella tua fortezza e dall'alto della tua torre guardavi le persone amare, soffrire, consumarsi...ne eri geloso” Michael si alza, è impaziente, vuole andare il più lontano possibile. Non resiste a vederla così, sente di farle del male e scalpita. Si morde nervosamente le nocche della mano sinistra e fa su e giù per la stanza. Poi si ferma sulla porta: Michael: - “Si, forse... ma questa è la mia decisione, non intendo tornare indietro.” Si alza anche Sophie, si mette di fronte a lui. Ha l'atteggiamento di chi non si rende conto di quello che accade. Sophie: - “Lo capisco e ti appoggio. E' normale che io mi senta abbandonata, ferita, ma era già tutto previsto. Ho voluto tirare troppo a lungo la corda, avrei dovuto avere la forza di farlo prima, avremmo dovuto capire che non andava tempo fa, invece di continuare a farci del male. Non ho mai voluto fartene.” Michael: - (Triste) “Lo so. Non è mia intenzione scovare il colpevole infatti, è solo che va presa una decisione e l'hai detto anche tu qualche sera fa. Eccola la mia decisione: (Lo sussurra ma l'effetto è devastante come se l'avesse urlato)“voglio che questa cosa finisca.” Sophie: - (Apparentemente indifferente, sembra che la cosa non la tocchi davvero)“Sai, ho pensato che fra di noi il problema è sempre stato che c'era una “cosa”, abbiamo sempre avuto una paura fottuta di definirci, di esporci ai sentimenti. Per questo per me, voglio dirtelo questo, non è morto nulla. Sai perché? Perché finché non hai il coraggio, la voglia, il bisogno di urlare al mondo di amare qualcuno, non esiste amore.” Michael si rimette a sedere nella posizione precedente, sconsolato. Michael: - “Guarda, non lo so, veramente...non so che dirti su questa cosa, non so che dirti in generale” Sophie rimane in piedi e, dando le spalle a Michael, sospira e dice scandendo bene ogni singola parola: Sophie: - “E' una confessione questa, non necessita di risposte. Non devi colpevolizzarti di nulla, non devi. Perché hai fatto di tutto, perché ci hai provato con tutto te stesso e quando hai smesso di provarci è stato solo perché eri consapevole.” Michael:- (Confuso) “Cosa vuoi dire, non ti capisco...” Sophie si gira di scatto, alza la voce, è quasi arrabbiata ma, si sente, non con Michael: Sophie: - “Voglio dire che ti ho mentito, che ho mentito a me stessa. Che ti ho adorato e ti adoro ma non ti amo e quella “cosa” non era amore. Forse una qualche forma di amore ma non “l'amore”. Quindi, sai, dispiace più a me.” Michael:- (Annuisce, si prende la faccia tra le mani, non la guarda, le risponde in questa posizione, la voce filtra tra le dita):“Lo sentivo purtroppo, sai? Questo tuo essere sempre in cerca di qualcos'altro...questa tua eterna insoddisfazione” Sophie: - (Prende coscienza, riflette e, impietosa...):“Ti ho mentito. Ti ho cercato, ti ho preso la testa fra le mani. Per un attimo ho tenuto il tuo cuore nei miei palmi e...continuavo a mentire. Non sei tu, non lo sei mai stato. Eppure sei stato di più.” Michael: - (Si alza ancora, si mette a pochi centimetri da lei, ne può sentire lo splendido odore, è furioso):“Non potevi dirlo prima? Perché quando ho provato a scappare a dire: “basta, chiuso” mi hai trattenuto?” Sophie: - (Sofferente, angosciata) “Perché da quando ti conosco tu sei, in un modo o nell'altro, il centro dei miei pensieri. Mi sentivo in colpa all'inizio e mi sono sentita in colpa fino a ieri perché non smettevo di immaginare vite insieme ad altri uomini. Oggi mi hai resa libera. Quindi sii leggero, non hai fatto nulla di male.” Michael le prende il polso destro, la strattona costringendola ad alzare lo sguardo Michael: - “Non volevo dire questo, lo sai quanto ho sofferto quando io ci credevo e tu scappavi via? Ti buttavi nelle braccia del primo venuto, cazzo! Lo sai quello che sentivo? (Si guardano, poi lei abbassa nuovamente la testa in segno di resa) Sentivo il cuore bruciare e, mi dispiace, le cicatrici non si cancellano facilmente.” Sophie: - (Reagisce. Parla come una ragazzina impaurita)“Ti avevo detto di starmi lontano, no? Non è vero? Io lo sapevo già e anche tu, mi avevi vista innamorata e sapevi che per te non era così. Perché sei venuto a prendermi invece di farmi soffrire, come doveva essere? Mi hai offerto un'ancora e nel mio stato non potevo rifiutare, non potevo.” Michael: - (Serio. Sicuro di sé, pacato)“L'ho fatto perché ti amavo, sentivo di amarti...ora...ora voglio essere un involucro, un contenitore di ragioni e non di emozioni.” Sophie: - (Un amaro sorriso le riempie la bocca, poi, risoluta):“Siamo sempre stati due grandi egoisti io e te, cinici, spregevoli, egoisti. Ti ho sempre adorato per questo. Allora dai, fallo. Fai con me quello che serve, non ti fermerò. Io l'ho già fatto con te.” Michael fa tre passi indietro, non smette di guardarla. Il suo profumo, la sua voce...lo eccitano. Come sempre. Michael: - “Io non so guarda, se vuoi dire che sono stato un egoista fin dall'inizio fallo, se ti aiuta a sar meglio.” Sophie lo incalza, Michael indietreggia, è spalle alla porta. Sophie: - (A voce bassa ma chiara. Sensuale.)“No, voglio dire che ci sono persone che non proveranno in una vita quello che abbiamo provato noi in un anno e mezzo. Voglio dire che sono felice di aver usato te, e non un essere qualsiasi, per il mio piacere. Voglio dire che è stato incredibile e rifarei ogni cosa. La nostra prima notte a Venezia, tra il desiderio e la castità, un intero giorno a stuzzicare i tuoi più bassi istinti davanti alla macchina fotografica, l'alba l'uno dentro l'altra cullati dalle onde e le ventiquattro ore consecutive a letto a scopare, a fare l'amore e poi...ancora a scopare. Rifarei tutto e con la stessa intensità. Giocherei ancora a nascondino nel bosco di notte, cercherei di metterti paura. Camminerei per una notte intera, sclaza, nella tua città. M'incazzerei con te nello stesso modo, sarei gelosa come lo sono stata e ...possessiva. Parlerei ancora con te per ore, immaginerei come sarebbe avere dei bambini. Farei per ore i capricci, ti chiederei ancora tutto e il contrario di tutto volendo niente in realtà. Ti descriverei i miei sogni e mi fiderei di te come mi sono fidata, mi affiderei a te sicura di non cadere. Scriverei ancora e ancora di noi, della nostra vita “A' bout de souffle”. Michael si accascia per terra, seduto. Sente di voler piangere ma si trattiene. Michael: - (Dolce)“E lo rifarei anch'io...lo sai, lo rifarei. Ogni cosa.” Sophie: - (Dolce anche lei)“Ma adesso non è più tempo.” Michael: - “No, non lo è più.” Un lungo silenzio. Sophie è di spalle alla porta come Michael ma lei è in piedi e guarda dritto davanti a sé. Michael si accende una sigaretta, la fuma cercando di trovarvi dentro qualcosa. Si guardano, lui le fa un verso, quello che ha sempre fatto per farle passare il broncio di colpo ma stavolta lei non sorride. Michael: - (Spegne la sigaretta per terra, incurante.)“Sei proprio schifosa!” Sophie non capisce. Dopo poco sorride per unistante e si piega verso di lui. Si avvicina a Michael con l'indice e il medio della mano destra e preme prima sulla palpebra destra poi sulla sinistra a blindare lo sguardo dell'uomo. Si rialza, si gira, di fronte ha uno specchio, si guarda. Con il pollice destro percorre tutta la linea delle labbra in senso orario. Parte dal labbro superiore, nell'angolo sinistro e si ferma nello stesso angolo. Sophie: - “Che cosa è "schifosa"”? 6月13日 White winter hymnal
C'è una città, c'è una donna che tiene la cornetta di un vecchio telefono alla bocca e la stringe con entrambe le mani. E' bella, è molto bella. Sta aspettando che squilli e impedendolo contemporaneamente. E' accigliata. Vive in un hotel per ora, non vuole mettere radici in nessun luogo. Tiene sempre le finestre aperte, a ogni ora del giorno, perché si aspetta di sentire un rumore familiare provenire dalla strada. Le sue labbra non sono per nulla sottili, è logorroica. Veste solo con abiti da sera e non si toglie mai le scarpe. E' sempre pronta lei, sempre perfettamente truccata. Una bambola di porcellana, una bambola di plastica a volte. Guarda sempre lo stesso punto qui, sul suo letto morbido, un letto di altri tempi, con le lenzuola mezzo sgualcite. Il suo uomo è dall'altra parte della cornetta ma non parla. Il telefono è muto ma lei può sentirlo. Sprofonda nel cuscino per un istante poi si accascia dall'altra parte parte del letto a pancia in giù, non stacca mai la mano destra dalla cornetta, l'altra ha il compito di aiutarla negli spostamenti ma non ha bisogno di molta forza, sono piccoli, impercettibili movimenti, come quelli di un pigro serpente di palude. L'indice stringe la parte alta di quel freddo arnese, il palmo, più rilassato, è totalmente aderente al ricevitore. Neppure un respiro nell'aria. C'è una porta a vetri che separa i due ambienti della camera. E' una camera da ricchi, s'intravede, nel fondo, nascosto da drappi piuttosto pesanti, un balcone, forse una terrazza. Neppure lei sa quello che si nasconde dietro le tende, non ha voluto guardare, ha preferito aspettare che accadesse. Il suo arrivo è recente, ci sono ancora due valigie marroni appoggiate dietro la porta che impediscono l'ingresso e l'uscita. Piccole stampe di quadri famosi alle pareti, impressionismo francese. E' notte ma non sappiamo esattamente che ora sia, è poco importante per lei quale sia l'ora esatta. Il tempo è scandito dai fremiti e dalla linea che, nel telefono, è a piccoli impulsi sonori, quasi fosse una chiesa con il silenziatore e quell'apparecchio il suo campanile. Il suo uomo è dall'altra parte del mondo e non vuole parlarle, l'ha combinata grossa questa volta. E' una donna capricciosa e viziata, vuole che tutto inizi e finisca con lei. Ha la fronte leggermente aggrottata in segno di disappunto, ricalca gli stessi lineamenti dell'uomo ma li esagera come a voler sottolineare la differenza. Usa la bellezza come un'arma ma non per scopi personali, ne è convinta. Solo per sottolineare un'evidente differenza tra le immagini. Le immagini sono importanti, non si può parlare allo stesso modo del “Déjeuner sur l'herbe” e dell' “Overture del Tannhäuser “. Cose differenti vanno trattate come tali. Lei e il suo uomo sono cose diverse e, lei pensa, della diversità se ne avverte lo spessore. Ma lo ama e ama il suo insano temperamento da ricco bastardo, ama il suo portamento dubbioso ma, più di ogni altra cosa, ama la sua assenza. Anche quando c'era lui non era mai con lei, non era mai del tutto suo. La bellezza non bastava ad irretirlo. I capelli, dapprima raccolti, si distendono pian piano in buffi boccoli, s'irradiano a formare un'originale corona per l'inoculata regina del letto. "Télégraphe parlant" C'è una città, c'è un uomo che tiene la cornetta di un vecchio telefono con la mano sinistra, nell'altra un sigaro. E' notte ed è appena rientrato in casa, una casa da ricchi. Sulla bocca del camino in rosso, due lumi accendono i colori di “L'Estaque” di Paul Cézanne. L'uomo è seduto a gambe incrociate e, freneticamente muove la punta dei piedi, avvolti in magnifiche scarpe di cuoio nere, a lacci alti, smerigliate. Sta all'angolo, riverso sul bracciolo imbottito di un divano di alta fattura, e imbocca il sigaro violentemente, a voler filtrarne l'essenza. Alla sua destra un tavolino da te, nudo. Regge il telefono. Ha una posa buffa, si ostina a voler maneggiare la cornetta con la mano sinistra, quando sarebbe più facile farlo con l'altra, ma lui, il sigaro, lo tiene sempre con la destra e lui siede sempre a quell'angolo del divano. E' serio, è molto serio. Aggrotta la fronte e a tratti sbarra gli occhi, poi, a intervalli più o meno regolari, posa la cornetta e si mette a sfogliare nervosamente “Il padrone del mondo” di Jules Verne. Pensa a lei ogni istante e vorrebbe che la macchina descritta nel libro, L'épouvante, potesse permettergli di raggiungerla. Fantastica sull'attraversare mari e terre e guardare il cielo da varie prospettive. Nel fuoco, vede gli occhi della sua donna, fissi. La immagina sorseggiare un drink con ghiaccio, quasi tutta acqua per la verità perché è una ragazzina in fondo. Vorrebbe mettere l'indice nella griglia e comporre il numero ma sa che lei non risponderà. A lei piace la sua assenza. La stanza è buia, come non lo è mai stata. Si chiede se si stia consumando nelle lenzuola e se al suo fianco ci sia l'ennesimo omuncolo di passaggio. L'ha già fatto, è una donna che non teme disprezzo. Adesso rilassa le gambe e si stende incurante, il suono muto del trasmettitore gli parla di lei. Alle sue spalle si apre, in un ovale di altri tempi, un ampio ingresso. Da respiro ad un'infinita scalinata di marmo, freddo come gli occhi della sua donna e sconosciuta come l'oceano che li separa. Sente la vastità dello spazio ma non si volta mai. Eppure ne percepisce gli odori. Posa nuovamente la cornetta sul bracciolo, si sposta leggermente a sinistra. Ama di lei la sua fugacità, il modo in cui muove le mani ma, più di ogni cosa, ama la sua malinconia. In fredde camere uomini e donne si rinchiudono a osservare la vita attraverso occhi di altri, con orecchie mute, coperte dal suono di un ricevitore chiuso. Nella notte il fuoco si spegne, nella notte il fumo di un sigaro si alza a formare volute di sogni. Nella notte quel che importa è l'attesa. Technorati Tag: noir,cinquanta,telefono,lenzuola,lontananza,attenzione,pittura,espressionismo,verne,notte,sigaro |
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