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5月7日 Atlas
Jane adorava le sue tartarughe. Ogni giorno non poteva fare a meno di accertarsi, quasi maniacalmente, del loro stato di salute. Aveva una teca grossa come un frigorifero vicino al letto. Ne aveva dipinto i vetri di un blu intenso perché le sue amiche si sentissero più a casa. Si era poi sincerata che la temperatura dell'acqua fosse perfetta e che avessero delle piccole isolette di sabbia su cui poter riposare. Jane aveva quattro tartarughe, tre maschi e una femmina. Aveva dato loro strani nomi: i maschi erano stati battezzati con il nome dei mesi in cui erano stati acquistati, Gennaio, Marzo e Giugno. La femmina invece si distingueva dal gruppo per via dell'odore che Jane diceva sentire provenire dal suo guscio. L'aveva così chiamata Atlas, come il detersivo per i piatti.
Ogni giorno la mamma di Jane entrava nella sua cameretta, si sedeva sul bordo del letto e le dava un bacio sulla guancia. Era una sveglia piuttosto dolce. Lei, che non amava molto dormire, sbarrava subito gli occhi e, tutte le mattine, urlava: “buongiolno mammina”. Si stropicciava con forza e balzava in piedi sul letto. Con i capelli tutti scombinati era ancora più bella e non smetteva di riportare alla mente alla sua mamma la prima volta che i suoi occhioni si erano affacciati alla vita. Jane sbadigliava come un leone. I suoi dentini ricordavano il becco degli uccelli che aspettano impazienti il cibo nel nido. - “Mamma, yappi!” - “Si cucciolo, ti prendo ma prima vai in bagno a fare la pipì!”. Si metteva a sedere facendo penzolare le graziose e paffute gambe dal letto, troppo alto per la sua piccola statura. Aspettava in questa posizione che la mamma le mettesse le sue scarpette preferite. Voleva mettere solo quelle. Erano dei sandali di vernice verde prato. Quello che doveva renderle irresistibili agli occhi di una bambina di quattro anni doveva essere la coccinella multicolore posta sulla caviglia a suggellarne la chiusura. Pronta per affrontare un nuovo giorno di giochi correva verso il bagno destando l'ennesima reazione di apprensione della mamma. Non si poteva trattenerla, non c'era modo. - “Mamma, ho fatto” Era una bambina molto indipendente, aveva sviluppato da subito un grande senso del pudore e non c'era verso di assisterla mentre faceva i suoi bisognini. Ed era una tragedia convincerla che avrebbe avuto bisogno di farsi lavare dalla mamma o, peggio, dal papà. Così ogni volta bisognava ricordarle che anche lei faceva la stessa cosa con le sue tartarughe. Così solo si convinceva. Quando però le si menzionavano le sue amate chelonie Jane ricordava che avrebbe dovuto lavarle, cambiare loro l'acqua, dare loro del cibo e cominciava a essere impaziente. Se ne stava li a mugolare mentre con il corpo assumeva la posizione dell'atleta che sta per correre la staffetta. Ogni tanto si voltava poi a guardare la mamma chiedendole con gli occhioni languidi di darle il via. Quando accadeva si scatenava un tornado in casa. Sembrava una scena di Tempi moderni di Chaplin. Tutti gli ingranaggi disposti diligentemente a favorire una più veloce ed efficiente detersione e ammodernamento dell'habitat delle testuggini. Gennaio Marzo e Giugno erano piuttosto indifferenti al tutto mentre la reazione di Atlas non era delle migliori. Cominciava a scappare (per quanto una tartaruga possa scappare) da una parte all'altra del contenitore finché, arrivata alla fine, non ci sbatteva contro per poi riprovarci e riprovarci ancora. Nel frattempo Jane era immersa con la testa nella teca già quasi del tutto svuotata dal precedente intervento della mamma. Le braccia della bimba non arrivavano a toccare il fondo. Qui erano posate delle casette di terracotta a forma di fungo costruite in collaborazione artistica con il papà. Ogni volta ne doveva cambiare la disposizione perché credeva che altrimenti le sue amiche si sarebbero annoiate e avrebbero cominciato a star male. Quella mattina però Jane si convinse di dover costruire un villaggio con una piazza perché le sembrava che, così, sempre rinchiusi nei loro gusci,quei dolci animaletti non si aprivano abbastanza alla vita sociale. Una piazza le avrebbe aiutate. Con le manine scavò nella sabbia quel tanto che le permettesse di inserire un posacenere trafugato dalla cucina. Di vetro anch'esso. Poi le venne in mente quale doveva essere l'handicap della sua costruzione. Le tartarughe non uscivano di sera ma se ne stavano rintanate nelle loro case. Pensò che la mamma e il papà almeno una volta a settimana uscivano soli soli di sera. La mamma le aveva detto che lo facevano perché è molto importante per la salute avere una buona rete di rapporti sociali. Perché le sue tartarughe non lo facevano? Avevano forse bisogno di qualcosa di più? Quando faceva delle grandi riflessioni Jane si mordeva le labbra e metteva i piedini a formare un angolo acuto con le punte. Pensa e ripensa trovò una soluzione: Non si può uscire di casa se le strade non sono illuminate. Ecco cosa mancava: la luce. Si ricordò di aver visto nel cassetto della stanza dei genitori un lungo filo di luci come quelli che si usano per addobbare l'albero di Natale. La mamma le metteva spesso sullo specchio del bagno per truccarsi e fare cose da donna. Non fu difficile trovarlo. Lo portò nella sua camera. La mamma era sotto la doccia, la sentiva cantare. S'infilò di nuovo nella teca con entrambe le braccia, posizionò le luci tutte intorno alla piazza. Poi si ricordò di inserire la spina nei tre buchi nel muro, come aveva visto fare alla mamma. Non si accendeva niente. Tornò con le braccia nella teca. Atlas scorrazzava spaventata da un lato all'altro e in uno dei suoi viaggi infruttuosi rimase impigliata nei fili. Jane si sporse di più per cercare di liberarla. Cadde nella teca. Mentre muoveva i fili delle luci queste per un attimo si accesero. Il contenitore per le tartarughe era per un quarto pieno d'acqua. Corto circuito. La mamma di Jane si stava asciugando i capelli e indispettita uscì dal bagno urlando qualcosa al marito ritenuto il responsabile. Nella teca delle tartarughe ora tutta illuminata, giaceva ,con un braccino piegato sul bordo, una bimba dai capelli neri un po' scombinata. Aveva sull'occhio sinistro una testuggine arrostita. Il cordoncino dell'accappatoio cadde sul pavimento lentamente. Si respirava aria di detersivo. Technorati Tag: tartaruga,detersivo,cortocircuito,elettricità,bambina,mamma,accappatoio,luce,paese,allegria 5月1日 California one - Youth and beauty brigade
- Forse non te ne ricordi oramai ma io ero in macchina e tu stavi dall'altra parte della strada con le tue valigie in mano. Te lo assicuro. Mi guardavi con una faccia da cucciolo, sembrava avessi perso la via di casa e, a pensarci bene, l'avevi persa davvero. - No, ti sbagli. Eri tu dall'altra parte della strada. Io ero in macchina. Avevo appena parcheggiato, di fronte alla stazione. Ti guardavo, è vero. Ero venuto a riportarti a casa. Eri furiosa, non volevi più vedermi. - Si che ero furiosa, me lo ricordo. Ma quello che non ricordi tu e che entrambi avevamo perduto qualcosa. Era estate, luglio credo. No, forse agosto. Pioveva quel giorno. Mi domandavo come facessi a camminare con i sandali in tutto quel fango. Pensavo fossi matto ma non per il fango. Ci eravamo conosciuti ad aprile. Bel mese per conoscersi. Anche allora avevi i piedi sporchi di fango. Doveva piacerti portarti dietro un po' di terra. La tua terra. - Piaceva anche a te il fango una volta. Un giorno, eravamo a piedi nudi, tu mi hai riempito i capelli di terra e io ti ho inseguita per restituirti il favore. Cominciava a piovere e la terra si scioglieva su di noi. Avevi la fronte tutta coperta di melma. Con le dita scrivevo i nostri nomi sulla tua pancia e sul tuo seno. Era fine marzo. - E tu uscivi con i libri in mano, ti mancava sempre una penna. Avevi i calzini uno diverso dall'altro. Facevamo l'amore. Due, tre volte, ogni pomeriggio e io poi morivo dalla fame e tu mi preparavi sandwich con la banana e il burro d'arachidi. Poi uscivi di nuovo. - Ti guardavo mentre ti pettinavi i capelli, non ne avevo mai visti di così scuri. Avevi un profumo così antico, mi ricordavi l'Egitto. Eri l' Egitto, la mia Cleopatra. - Tenevi sempre le valigie sulla porta e il passaporto nel taschino. Portavi strani occhiali. Era fonte di discussione tra noi. Volevi essere bellissimo per me, così non li hai più messi ad un certo punto. Poi...li hai perduti. - Ho perduto il senso del tempo. - E il passaporto - I tuoi capelli diventavano ogni giorno più lucenti. A volte non riuscivo a dormire se non ti sentivo sul mio petto. A volte avrei voluto soffocarti - E lo hai fatto - Si. L'ho fatto ma non era agosto, non era aprile. - Mi tenevi giù sul letto, mi stringevi i polsi contro il legno. Dicembre era nell'aria e i naufraghi già sulle spiagge ma scrivevi di altre donne che volevi possedere a delle cene. Immaginavi di sorprenderle nude nei bagni, a toccarsi. - Ti tenevo sul letto, sotto di me. Di notte ti sentivo muovere placidamente le gambe e sognavo di possederti ancora. Di non permetterti di respirare. - E dicevi che eravamo uguali, che avremmo dato strani nomi alle cose. Che non avresti più perso niente. - Adoravo il tuo nome, lo facevo risuonare nella mia mente ossessionandomene. Avrei voluto riempirti di sabbia e sole e avvolgerti nelle mie montagne. - Ma non l'hai fatto. Eri dall'altra parte della strada, con le valigie in mano. Stringevi in mano il passaporto. Quello che avevi detto di aver perduto. - Guardavi altrove, avevi la testa bassa. Mi stavi facendo del male. - E volevo fartene. E volevo farmene. - Ti ho lasciato i marshmallows, uno per ogni giorno del mese. - E per me è rimasto Dicembre, quando si aspettano i naufraghi a riva. |
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