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11月14日 More than realLa punta dei tuoi sogni si sta perdendo, ti sembra di non poter più sentire l’inizio e la fine del tuo sonno. Ti spegni lentamente sotto la luce della sfera, che danza. Tu danzi con lei, sei dentro e tutto è adesso più che reale. Ti avvicini all’ingresso del locale, fumoso come sempre. Varchi la soglia con il timbro sul dorso della mano, ti sfili piano il cappotto, lo sbalzo di temperatura è forte. Quasi non respiri ma ti fai largo tra i tavoli e le poltrone e arrivi al guardaroba. Porgi il soprabito ad una signorina giovane, carina. Paghi. Ti dirigi verso il bar. Ordini un drink, il solito gin lemon.
Lo sorseggi aspettando i tuoi amici. Accendi una sigaretta la porti alla bocca lentamente…il rosso del fuoco si accende nel buio della sala. E’ un po’ deprimente questa serata. Ti senti solo in fondo. I tuoi amici arrivano. Vi spostate nella stanza intermedia per chiacchierare, lì dove stavi tu c’era troppo rumore. Credi che sia tutto normale, come sempre. Il concerto finisce e piano la sala più grande si svuota. Gli amici vanno a ballare tu ti siedi al tavolino, guardi fuori dalla finestra. Vedi il cortile interno del palazzo. La luce è soffusa, gialla e rossa. Si percepiscono movimenti ma non vedi bene. Passi la manica del tuo maglione sulla finestra appannata e osservi. Ci sono un ragazzo e una ragazza che parlano. Lei ha un cappotto rosso, è di spalle, appoggiata al pozzo di pietra. Anche lui da le spalle alla finestra, è alto, longilineo, porta un giubbotto di pelle marrone, i suoi capelli sono corti. Sembrano innamorati, forse sono ubriachi. La lunga chioma della ragazza, bruna, si muove oscillando sulle spalle, poi si siede. Appoggia la schiena al lato del pozzo e invita lui a seguirla. La tua curiosità aumenta. Ti accendi un’altra sigaretta. I due parlano fitto e ogni tanto scoppiano a ridere. Poi, lui le si avvicina piano, le prende la mano e bacia le sue labbra, rosse, come il cappotto. La temperatura si fa sempre più rigida, puoi sentire i loro brividi aumentare. Lei fa per alzarsi, barcolla un po’ ma gli stivali la sorreggono. Senti di voler spiare ogni sua mossa, di volerla vedere dormire e sognare nel suo letto. I suoi occhi sono grandi, si vedono anche da così lontano. Lui la stringe ma non pensi sia abbastanza. Sei convinto che al suo posto tu le terresti forte la mano, la riscalderesti…la porteresti via, in un posto caldo. Sembra stiano andando via. Lui le porge la sua mano, lei si stringe la sciarpa al collo, si aggiusta le calze tirandole su in vita, cominciano a camminare. Sembra tutto più reale. Escono dal cortile, passano attraverso il giardino, il rosso del suo cappotto è ancora ben visibile. Li segui con lo sguardo chiedendoti se stiano per prendere la macchina. Sembrano avere fretta. Decidi di scendere a guardare ancora, non sai bene il perché ma ti senti molto più vero quando puoi vederla. Ti precipiti per le scale, lasci il cappotto al guardaroba dicendoti che i tuoi amici se ne prenderanno cura. Sei in strada, nell’erba anche tu, ti accorgi che è bagnata. Le tue scarpe si riempiono d’acqua e fango. Ti guardi attorno. Un puntino rosso e uno marrone si tengono per mano. Sono arrivati già sotto il cavalcavia. Decidi di seguirli. Prendi la macchina, metti in moto, accendi lo stereo. Allacci le cinture, aggiusti lo specchietto e parti. Da lontano vedi lei che si alza il cappotto e comincia a correre. Tiene la mano del ragazzo e lo trascina sulla strada. Lui si fa trascinare volentieri e annuisce ridendo. Ti tieni ad una distanza tale da poter osservare tutto senza essere notato. Di colpo lei si ferma. Appoggia le sue mani sulle spalle del ragazzo, lo spinge contro un cartellone pubblicitario. Si dicono qualcosa e segue un lungo bacio e un altrettanto lungo abbraccio. Poi, ricominciano a correre. Si tengono la mano. Arrivano ad un ponte, si fermano per un po’, sembrano non farcela più. Rallentano, camminano, si guardano e ogni tanto si baciano. Ti senti solo. Sei eccitato. Desideri vedere il suo corpo, toccarla come lui la tocca. I tuoi occhi scrutano curiosi, osservano le sue caviglie, le sue calze, i suoi piedi. I due prendono una strada secondaria, passano davanti ad una chiesa, ad un campetto da basket e proseguono dritti. Li segui a fari spenti. Non c’è nessuno in strada, è tardi. Tutti sono a letto. Lei estrae dal cappotto un mazzo di chiavi, senti lo scampanellio del suo portachiavi. Si fermano. Sono arrivati. Parcheggi comodamente li vicino. Non ti vedono. Sono ansiosi di entrare. Nel loro sguardo il desiderio di possedersi. Ti avvicini al portone prima che esso si richiuda alle loro spalle. Tieni il ruolo di un condomino qualsiasi. Per non destare sospetti prendi anche tu delle chiavi e fingi di controllare la posta. Corrono veloci su per le scale, sembra essere casa della ragazza. Aspetti nell’atrio, poi, li segui piano e ti affacci nella tromba delle scale cercando di individuare il piano a cui si sono fermati. Quando senti le chiavi girare e la porta richiudersi corri a vedere. Non riesci ad orientarti, Ci sono tre porte. Chiudi gli occhi, cerchi di percepire i suoi passi, il rumore dei suoi tacchi. Non ci riesci. Ti siedi sui gradini, ti appoggi alla ringhiera. La immagini ansimare. Senti il suo corpo tremare, vedi i suoi occhi socchiudersi. Ti lasci andare alla sensazione di perdita che piano cresce dentro di te e ora lo senti, forte come un pugno in piena faccia. L’odore della sua pelle, l’odore dei suoi pori sudati, della sua eccitazione. Ne riconosci la provenienza. Sei felice. Hai ritrovato la punta dei tuoi sogni e tutto è…molto più che reale. -Al mio tre aprirai gli occhi, ti sentirai rilassato e sentirai di aver dormito tanto e bene. Fammi cenno di si con la testa se comprendi le mie parole. -Bene, allora…pronto? -Uno, due, tre. -Buon risveglio. 11月12日 Vortex surfer
Zucchero sulle mie natiche, succulento, dolce, irresistibile. Non posso leccarlo ma lo vedo. I granelli sono spessi più del solito o appaiono tali per via della prospettiva. Sdraiata sul tuo telo, marrone. Velluto e seta come la tua pelle. Su di me per un ultima volta. Se tu l’avessi detto, se solo tu l’avessi detto, avrei dimenticato tutte le bugie e ci sarebbe stato silenzio. E’ assordante il rumore che fai. E’ assordante, tremano le mie vibrisse. Sono nel vortice in cui hai deciso di mettermi, cerco di tenere duro ma è difficile. Così io. Così…Lei.
Vortex Surfer: Aveva sempre la sensazione di aver perduto qualcosa. Ogni volta, quando usciva di casa, controllava nella borsa se avesse perso il telefono, il portafogli, le caramelle per la gola, il rossetto, il lucidalabbra e, per ultime, le chiavi. Le aveva perse già in tutti i luoghi possibili. Sul tram, in taxi, a casa di conoscenti, a casa di sconosciuti, in Francia, in Austria, nel bagno di un autogrill. Perché le perdesse tanto di frequente era una domanda a cui aveva cercato di rispondere senza esito. Si convinse ad un certo punto che le ci volesse uno psicologo. Aveva all’incirca 27 anni, la sua vita era stata condita di grandi passioni, che si espandevano dentro e fuori di lei. Non aveva ancora sperimentato cosa volesse dire perdere qualcuno che amasse. Fino a quel giorno. Erano anni che entrava senza problemi in casa sua. Apriva il cancello di ferro battuto, lo sentiva stridere, se lo richiudeva alle spalle. Quei rumori, così familiari, le davano speranza. Ogni volta, mentre guidava, sulla strada del ritorno, cercava di ricordare il chiavistello aprirsi offrendole la vista del giardino, degli steli piegati dei fiori, del gelo sulle foglie. La strada non esisteva, il rumore del cuore si sovrapponeva a quello del motore, tutto luccicante. Il sedile alla sua destra era vuoto ma, “c’era qualcuno o no ieri?” La percezione della solitudine svaniva lentamente e lei si domandava se mai ci fosse stata. Più il cancello era vicino più era possibile dimenticarsene. Chi aveva perduto? Chi era li con lei in quell’auto? C’era mai stato qualcuno a riscaldare con il fiato le sue orecchie? Non se lo ricordava. Estraendo le chiavi dal cruscotto ebbe la sensazione di non averlo mai fatto. Le luci dei fari si riflettevano sul bianco del muro di un garage e piano lasciavano la scena al buio di un manto nero, privo di stelle. Se ne lasciò deglutire, interamente. Un piccolo essere nero, usciva dal lato sbagliato del suo vaso ed era difficile comprenderne la provenienza. Il buio può mascherare le sensazioni, può ridurre in polvere ogni sentimento senza bisogno di supporti. Se ne rendeva conto ogni giorno un po’ di più. Scesa dall’automobile, sbattuto lo sportello con forza, dopo aver aspettato che la luce indicasse la chiusura elettronica, si muoveva inconsapevole cercando ancora la sensazione perduta. Il calore della persona al fianco, la mano che percorreva il suo braccio mentre cambiava le marce, il bacio che puntualmente si fermava sulle sue labbra quando il silenzio era più vicino, tutto era familiare. Aveva perduto qualcosa e non erano le chiavi di casa. Si sentiva ancora il profumo delle piante che avevano colorato il giardino mesi prima, quando tutto era al suo posto. Lei continuava a perdere le sue chiavi. C’era qualcuno, qualcuno che le ripeteva “ti amo, non spezzare le mie illusioni, tu, mia dolce valentina…mostrami chi sono, fammi vedere attraverso i tuoi occhi, fammi vedere come i tuoi occhi mi vedono.” Si ripeteva: “ Come posso? Come posso avere queste parole in mente? Non le ho mai sentite davvero, ne sono certa. Perché vieni a farmi visita, dubbio?” La psicanalisi non aiutava. Il tempo non aiutava. Ogni sera la stessa cosa penosa. L’auto nel garage, le luci si spengono, i fari illuminano l’assenza di stelle, la solitudine si fa più viva. Allora cos’era? Era realmente sola? Lo era mai stata? Non si rispose mai. Una sera però, di ritorno da lavoro, quando ebbe chiuso gli sportelli e udito il profumo del vento tra gli steli piegati dei fiori ormai appassiti, si ricordò di un momento in cui la solitudine si era tramutata in desiderio di libertà. Un momento in cui avrebbe voluto aver perso le chiavi di casa per l’ultima volta senza che si potesse riconoscere rimedio. Ricordò di quando poteva mettersi sotto le coperte al buio senza timore, di quando, forse in un passato molto lontano, qualcuno si preoccupava di mettere una bottiglia d’acqua piena al suo fianco Dormì tra i fiori appassiti quella notte, buia, povera di stelle. Una notte come le altre. 11月3日 Fall
Adesso voglio dormire, dormire come non ho mai fatto. Sarò qui, tutto il giorno, chiusa nella mia casa, sotto le lenzuola. E se i miei amici mi cercheranno dite loro che sto bene e che voglio solo stare sul mio cuscino. Se mi sentirò soffocare, come spesso accade, annoderò alla finestra i nostri ricordi per calarmi giù, come non ho mai fatto. L’autunno è qui. Se volessi potrei tenerti con me. Se tu volessi potresti tenermi con te. Ma siamo come foglie in balia del primo alito di vento, calpestate dagli anfibi, private di liquido vitale. Continuiamo a sentirci vivi perché dondoliamo tra una stagione e l’altra illudendoci che il perentorio passare del tempo ci possa essere d’aiuto. Spegni le luci, tira le tende, tuffati sul cuscino a dormire. Non ascoltare il telefono che continua a squillare e dì ai miei amici che sono in vacanza e che sto bene, solo…voglio dormire tutto il giorno.
Voglio sognare, sognare di un giorno d’estate e di un dondolo che si muove lentamente sotto le fronde degli alberi verdi. Voglio sentire il vento attraversare i pensieri e il sudore scorrere sulla pancia. “Ah, non aver più coscienza d’essere…come una pietra, come una pianta. Non ricordarsi neanche più del proprio nome. Sdraiati qua sull’erba, con le mani intrecciate ala nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti che veleggiano gonfie di sole; Nuvole e vento.” Giochiamo a rincorrerci quando l’autunno arriva, facciamo che si possa solo udire il rumore dei nostri passi allontanarsi e il fragore delle nostre risate mescolarsi. Se non vuoi ti coprirò gli occhi e nel buio di un lenzuolo scuro, attraverso le piume ammassate da un lato, il cuscino ti proteggerà da me. Chiuditi in casa, abbassa le luci, tira le tende, desidera di essere in vacanza. Dirò ai tuoi amici che tu stai bene e che solo…vuoi dormire tutto il giorno. Con gli occhi chiusi guarderò il mondo vicino e ricorderò per sempre come cacciare la vita dal mio letto. Questo locale buio in cui beviamo, questi bestioni che sentiamo urlare come diavoli e che ci riempiono la testa di risate assurde, io ho voluto vederli da sola. Se tu volessi potresti tirarmi fuori da tutto questo, tendermi la mano e parlare la mia lingua ma l’autunno ormai è qui. Il nostro albero ormai si spoglia, liberamente apro le braccia per trattenerne la caduta ma, inesorabilmente mi ritrovo coperta di giallo, fino alle radici. Il giallo è l’inizio, il giallo è la fine. Deboli raggi ancora sulla terra arida. L’acqua ci stordisce, siamo inondati di semi rigettati, niente può più crescere. Riprendo i miei nodi, poggio i piedi li dove sono più forti, ci faccio leva e risalgo. Il mio cuscino mi aspetta, voglio solo tuffarmici dentro. Che dolce regressione, perdo il controllo, un tuffo profondo nell’acqua bassa. Sono di nuovo a casa. Dite ai miei amici che sto bene, che sto camminando e non vorrò tornare indietro. Se mi troverai, ti prego, ricordami chi sono e dì ai miei amici che sto bene e che la morte non mi spaventa. Dì loro che sto bene, solo, voglio dormire tutto il giorno. Ci sono i tuoi capelli sul mio cuscino, cadono sempre più frequentemente. L’autunno incalza. Avremmo bisogno di un’altra giovinezza. 11月1日 Run awayA simple girl:
Caro diario, Il rumore dei tasti mi spaventa, preferisco scrivere con la penna. Ecco, così va meglio. Allora, mi presento, io mi chiamo C. e vivo a Roma. Quello che conta nella vita per me è essere una buona persona. Svegliarsi presto al mattino, essere civilmente responsabili delle proprie azioni. Io credo di esserlo anche se ogni tanto dico qualche bugia ma i miei genitori non lo sanno e io non voglio che siano delusi dal mio comportamento. Non è quello che mi hanno insegnato. Mi capita di dormire un po tropo a volte e poi, per tutta la giornata, mi sento in colpa per non aver "prodotto abbastanza". Sono una brava ragazza, di buona famiglia. Ho molti amici. Non mi piace uscire, come fanno tanti universitari, per ubriacarmi e perdere il mio tempo. Credo di dover essere una persona importante, guadagnare una vita che mi possa rendere felice.
Il mio rapporto con la religione è forte, credo in Dio, seguo gli insegnamenti delle persone che mi hano fatto crescere. Ricordo con tanto affetto padre Marco, mia guida spirituale e fonte di innumerevoli ispirazioni. Qualche tempo fa sono stata con lui al santuario di Padre Pio, lì a San Giovanni Rotondo...è stato fantastico. Non potevo immaginare di trovarmi di fronte a una così notevole folla di credenti, tutti con la stessa voglia di assecondare la propria fede, tutti in contemplazione della cella in cui il Santo trascorse gli ultimi mesi della sua vita, dilaniato dalle stigmate. Un'esperienza unica.Ho un nome romano, mio padre dice che i nomi romani sono simbolo di forza e di disciplina, credo sia vero. Vivo bene il mio rapporto con gli altri. Ho una grande amica che mi è sempre vicina, andiamo addirittura ai concerti insieme. Un mese fa abbiamo visto Ligabue all'Olimpico. Potete immaginare l'emozione...non ne capisco molto di musica ma credo che lui sia un grande artista, mi trasmette tantissimo...mamma mia...Qualche sera fa poi ci è successa una cosa stranissima. Camminavamo per il centro e un ragazzo ci ha fermate facendoci un sacco di complimenti (eheheh...). Io comunque ero molto spaventata, è meglio non farsi avvicinare da queste persone. Poi non parlava neppure bene italiano, forse era un rumeno o un albanese non lo so...ho evitato di guardarlo in faccia. Non si sa mai, in tv se ne sentono di ogni genere riguardo a stupri o a cose simili. La mia amica insomma ha cominciato a correre e io la seguivo anche se avevo le mie scarpe nuove (che dolore..). Ah, a proposito...alla fine cel'ho fatta a farmi regalare da papy le scarpe di L.V., adesso tutti mi guardano...soprattutto, le mie amiche sono pazze d'invidia... Ho un ragazzo da cinque anni, lo amo molto, spero che lui sia l'uomo della mia vita. Studia economia. Ci siamo conosciuti a scuola, era nella mia stessa sezione. Ci incontravamo nei corridoi e lui mi guardava intimidito dimostrando il suo lato da bambino, quello che mi piace tanto. Ora siamo tutti e due laureati, che figata, siamo finalmente dottori! Peccato che lui però si è dovuto trasferire per lavoro, ci si vede così poco spesso...vorrei poter passare con lui più tempo. Il mese seguente:Non posso scriverlo neppure, non ci riesco. Mi trema la penna...sono incinta. Ieri l'ho detto al mio ragazzo e lui ha cominciato ad urlare che non era possibile e che forse non era il suo, ma questo è impossibile, io non l'ho mai tradito. Mi ha detto di non essere pronto ad essere padre e io sono scappata fuori piangendo, pioveva ed io avevo solo la camicetta. Ho pianto, ma solo un poco...non distinguevo le lacrime dalla pioggia. Poi credo di essere svenuta, mi sono svegliata nella macchina di un tipo che sembrava piuttosto gentile. Ho chiesto a lui di riportarmi a casa. I miei genitori erano sorpresi di vedermi in quello stato e con quello sconosciuto. Però e' stato gentile con me. Gli ho raccontato cos'era accaduto anche se lo ricordavo poco e lui mi ha confortato. Ho dovuto dire tutto ai miei genitori, mia madre ha cominciato a piangere, ma solo un poco, mio padre invece ha dato in escandescenza e voleva parlare con il mio ragazzo. Ora sono a letto non so come andrà. Qualche giorno dopo:Abbiamo deciso di tenerlo, lo chiamerò Antonio, come papà. Il mio ragazzo forse deciderà di sposarmi, un bambino deve avere una famiglia completa e sicura...oh Dio credo che lui non mi ami...Ieri durante una discussione ha preso la porta e io lo gurdavo dietro i vetri mentre correva per tornare a casa. Credo di averlo visto piangere, ma solo un poco... Che Dio ci aiuti. Technorati Tag: dio,religione,illusioni,superficialità,ragazzi,gravidanza,aborto,economia,bambino,diario |
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